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GLI USA NEL '900

Verso la metà del XIX° secolo alcuni fenomeni danno il via alla migrazione di massa: in Europa aumenta la popolazione, dalla campagna si passa alla città, si perfezionano i mezzi di comunicazione, soprattutto i viaggi via mare. Gli Stati Uniti, sono la meta prediletta sia durante la "vecchia" che la "nuova" migrazione. Sono disabitati, ma potenzialmente ricchi. Dispongono di una rete ferroviaria, anche se ancora in costruzione, degli immensi spazi dell’ovest e ha necessità di manodopera da impiegare nei lavori pubblici. Inizialmente partono famiglie europee di agricoltori che sono attratte dalla disponibilità di terra; quando ormai le terre sono occupate, la "richiesta" non é più di contadini, ma di operai di cantiere o di fabbrica. Per gli Stati Uniti inizialmente fu traumatico, ritrovarsi ad essere così fittamente popolato da individui di religioni, razze e culture differenti.In questo periodo, (1850 - 1914), sono emigrati nel Paese 28,5 milioni di persone: perseguitati dalla povertà, dai problemi politici, religiosi, ideologici.Le migrazioni poi si bloccano per alcuni motivi fondamentali: scoppia la prima guerra mondiale, due leggi americane chiudono le frontiere agli europei meridionali e orientali, il regime fascista impedisce agli uomini di lasciare l’Italia . Nel 1910 gli Stati Uniti si estendevano su una superficie di 8 milioni di km/q e contavano una popolazione di 90 milioni di abitanti, con un settore agricolo dove lavora meno di 1/3 dei lavoratori, ma un comparto industriale in crescita.
Questi traguardi furono raggiunti grazie a anni di pace in seguito alla guerra di secessione, all’aumento della popolazione, alle risorse naturali disponibili, (carbone, ferro, petrolio), alla razionalità e alla ferrea organizzazione; (qui si impone l’etica capitalista, durante l’egemonia nordista e avviene la trasformazione in Repubblica federale); nasce l’idea di risparmiare manodopera e si pensa alla produzione automatizzata in serie, visto che, nonostante l’incremento demografico gli U.S.A. soffrono ancora della mancanza di operai.

Lo scoppio della prima guerra mondiale fu l’occasione per il Paese di assumere il ruolo di protagonista sulla scena politica internazionale: entrato in guerra a fianco dell’intesa nel 1917, ebbe un peso decisivo sulla sua rapida conclusione. Il presidente W. Wilson presentò un piano (i quattordici punti, 1919), come fondamento di un paese stabile: esso prevedeva la riduzione degli armamenti, il diritto di autodeterminazione dei popoli e la creazione della società delle nazioni. La conferenza di Parigi costituì tale organismo, ma il congresso statunitense rifiutò di aderirvi, segnando così un ritorno all’isolazionismo.
Il crollo della borsa di New York, (24.10.1929), segnò l’inizio di una crisi economica e finanziaria, che travagliò il Paese per tre anni, estendendosi al resto del mondo.La crisi quindi è solo il momento rivelatore di uno stato di latente dissesto, di uno sbilancio altissimo tra domanda e offerta. 
Al culmine di un lungo periodo di prosperità, il 24 ottobre 1929, (giovedì nero), alla Borsa di Wall Street, si registra un calo vistoso del valore dei titoli delle più importanti imprese americane: sono vendute quasi 13 milioni di azioni, sono scambiati 33 milioni di titoli. 
In meno di una settimana gli U.S.A. sono diventati, da nazione prospera, un Paese alle soglie dalla povertà, in preda al panico: la disoccupazione colpisce più di 12 milioni di persone.
Tuttavia l'industria non peggiora; il comparto critico é l’agricoltura e anche le banche. Pochi mesi dopo l’economia mondiale va lentamente riassestando e riprende, sia pure in modo irregolare, il suo sviluppo ascendente. 
All'origine della crisi sono due fatti, uno interno,l'altro esterno. 
La banca d'Inghilterra limita il flusso di sterline verso gli Stati Uniti; di colpo alle industrie americane manca un forte finanziamento.
I consumatori, nella maggioranza non ricchi, si trovano nell'impossibilità di comperare altri beni, perché già indebitati con le rate.
Le fabbriche continuano a produrre, ma gran parte delle merci restano invendute. E’ questo il processo che vede, negli anni bui della crisi, file di disoccupati che chiedevano un piatto di minestra, e negozi colmi di beni che però nessuno può comperare.
Il Presidente democratico F.D. Roosevelt, ne realizzò il superamento attraverso una politica di profonde e coraggiose riforme economiche e sociali, il New Deal (Nuovo Corso). Lanciato con determinazione nei primi mesi di presidenza (i "cento giorni"), fu articolato in interventi finanziari, (svalutazione del dollaro, riforma del settore bancario e della borsa), fiscali, economici, (incentivi alla concentrazione industriale, sostegno dei prezzi agricoli), in grandi opere pubbliche e interventi specifici di regolamentazione del mercato del lavoro, (contratti collettivi, assicurazioni obbligatorie, minimi salariali), per salvare il sistema capitalistico. La ripresa economica fu lenta e l’opposizione degli ambienti conservatori fu sempre più forte, tanto da arrivare a bloccare il programma nel 1935 -36.
Dopo la vittoria elettorale del 1936, Roosevelt rilanciò il New Deal con l’espansione della spesa pubblica, ma fu necessario attendere lo scoppio della seconda guerra mondiale per fare uscire l’economia statunitense dalla crisi. Roosevelt era ancora alla guida del paese allo scoppio della seconda guerra mondiale e, pur mantenendo il paese fuori dalla guerra, dispose provvedimenti a sostegno dei paesi in lotta contro le dittature. Dopo il proditorio attacco aereo giapponese a Pearl Harbor (7-12-1941), il paese entrò in guerra e l’intervento degli USA fu decisivo per le sorti del conflitto, grazie all’enorme potenziale economico, industriale e militare che il Paese mise in campo contro le potenze dell’ Asse. A Roosevelt succedette H.S. Truman (1944), che concluse vittoriosamente la guerra e guidò la polica amricana nell'immediato dopoguerra. 

 


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