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LA GUERRA DI SECESSIONE

L’espansione territoriale e la conseguente creazione di altri Stati, l’apparizione sulla scena nazionale di una nuova generazione non più cementata dai legami che avevano saldato i “padri fondatori” e il crescente diversificarsi dell’economia portarono prepotentemente alla ribalta un problema già da decenni latitante: quello degli schiavi neri. La schiavitù era infatti stata abolita da tempo negli Stati settentrionali per ragioni umanitarie, ma soprattutto perché l’economia del Nord aveva strutture molto diverse da quelle del Sud e non necessitava di questo genere di manodopera, tanto più che i grandi porti atlantici erano sempre stipati di nuovi immigrati in cerca di lavoro.
Presso i sudisti, per contro, era opinione comunemente accettata che i neri fossero indispensabili per le grandi piantagioni di cotone e tabacco, e che quindi la schiavitù fosse ineliminabile.
Gli Stati del Nord, basati su un’economia industriale e commerciale, intraprendente e dinamica, erano inevitabilmente destinati a prendere il sopravvento su una società conservatrice, latifondista, le cui risorse dipendevano da poche monoculture legate alle richieste del mercato mondiale e tutto sommato largamente dipendenti dalle industri del Nord . La guerra fu assai aspra, benché impari fossero le forze messe in campo: da un lato 11 Stati (Alabama, Arkansas, Georgia, Florida, Louisiana, Mississippi, North Carolina, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia), che si erano uniti dando vita agli Stati Confederati d’America (donde la definizione di “confederati” o “secessionisti”, cioè separati), con una popolazione di 9 milioni di “sudisti”, per un terzo schiavi: dall’altro ben 22 Stati, gli “unionisti” in quanto fedeli all’Unione (cui si aggiunse nel 1863 il West Virginia, staccatosi dalla Virginia), con una popolazione di circa 21 milioni di “nordisti”.
I confederati diedero inizio alle ostilità il 12 aprile 1861 con il bombardamento di Fort Sumter, nel South Carolina. La guerra, chiamata ufficialmente “di secessione”, si concluse quattro anni dopo con la sconfitta subita il 9 aprile 1865 dal generale Lee ad Appomattox, nella Virginia. Questo conflitto, che fu tra l’altro la prima “grande guerra” della storia sia per il numero delle forze in campo (entrambi gli eserciti potevano contare su 800-900.000 unità combattenti) sia per l’entità delle perdite in vite umane (furono oltre 600.000 i morti), ebbe ripercussioni gravi nel Sud, che da allora rimase in una posizione economicamente subordinata rispetto al resto del paese. 
Agli Stati secessionisti fu fatto obbligo, per poter essere reintegrati nell’Unione, di approvare l’emendamento della Costituzione con il quale ai neri erano riconosciuti gli stessi diritti civili dei bianchi. 
Con il 1871 tutti gli antichi Stati confederati erano stati riammessi nell’Unione, che contava ormai 37 unità. Nei successivi cinquant’anni, man mano che i territori conseguivano uno sviluppo sufficiente per poter essere eretti in Stati, se ne aggiunsero ancora altri 11: Colorado, Montana, Washington, North Dakota, South Dakota, Idaho, Wyoming, Utah, Oklahoma, New Mexico e Arizona, e così l’intero territorio statunitense risultò diviso nei tradizionali 48 Stati. Tale numero rimase immutato sino al 1958, quando divenne Stato l’Alaska, acquistata dalla Russia nel 1867; l’anno successivo furono erette a Stato anche le Hawaii, già annesse dal 1898. 
 

 

 

 

 


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