| BREVE
STORIA SULLA PENA DI MORTE
di Alan
Parker
Vorrei
fare qui una piccola digressione per raccontare brevemente la storia della pena
di morte negli Stati Uniti.
A
partire dagli anni ‘30 le esecuzioni negli USA sono diminuite e negli ultimi
anni ‘60 la pena di morte ha perso il sostegno popolare, così tra il 1967 e
il 1977 non ci sono state esecuzioni, mentre la Corte Suprema ne valutava la
costituzionalità.
Nel
1972 l’esecuzione della pena capitale venne sospesa: la Corte suprema aveva
dichiarato la pena di morte incostituzionale in quanto “punizione crudele e
eccezionale” che violava l’ottavo emendamento (1791). La sentenza fu
ribaltata nel 1976, quando la Corte suprema dichiarò che, attraverso una
riformulazione dei procedimenti capitali e una guida dei giurati alla prudenza,
le sentenze di morte potevano essere nuovamente applicate.
In
Texas le esecuzioni ripresero nel 1982 e da allora lo stato è al primo posto
nella nazione (con 285 condanne eseguite al momento in cui scrivo) su un totale
nazionale di 807. Nel 2002 la metà delle esecuzioni degli USA ha avuto luogo
nel Texas, dove 454 detenuti sono tuttora in attesa nel braccio della morte
(negli USA ci sono complessivamente 3.697 condannati a morte).
Anche
se nell’ultimo secolo i metodi di esecuzione negli USA sono cambiati (nel
Texas 361 detenuti erano stati sottoposti alla sedia elettrica prima del 1982),
oggi la morte per iniezione letale predomina nei 38 stati che tuttora
autorizzano la pena di morte. (Anche se molti stati ammettono tuttora, pur
usandoli raramente, dei sistemi alternativi: elettroesecuzione, camera a gas,
impiccagione e fucilazione).
La
prigione “Walls” nel centro di Huntsville, Contea del Walker, nel Texas
orientale, è il luogo dove hanno avuto luogo tutte le esecuzioni del Texas per
oltre due secoli. In questo viaggio avemmo il vantaggio di essere guidati dal
responsabile delle pubbliche relazioni della TDCJ, Larry Fitzgerald. Fitzgerald
è un uomo affabile, eloquente e diretto, largamente responsabile dell’atteggiamento
franco e aperto del TDCJ in merito al fatto che Huntsville è soprannominata “la
capitale delle esecuzioni d’America”. Impegnato a spiegare pazientemente e
continuamente ai media di tutto il mondo che cosa accade esattamente nel Texas,
dove c’è una propensione alle esecuzioni settimanali, era come se lo
conoscessi già, perché compariva nei numerosi documentari che avevo visto
durante le nostre ricerche. Lui e Warden Neill Hodges ci fecero gentilmente
visitare la camera della morte, sistemata nel basso edificio stile anni ‘50 (“Building
#1835”) nascosto all’interno degli alti muri di mattoni e circondato da un
giardino ordinato, con fiori appena sbocciati qua e là. In modo molto
realistico ci mostrarono le celle dove i detenuti trascorrono le ultime ore dopo
che vengono trasferiti lì dal braccio della morte della prigione Polunsky, a un’ora
di distanza. Una tenda di plastica intersecava la fila di sette celle (serve per
quando ci sono due esecuzioni nello stesso giorno e occorre isolare i
condannati). Passando per la doccia di piastrelle beige (il coroner apprezza i
cadaveri puliti), fummo guidati, attraverso la porta in fondo, nella camera
della morte con i mattoni verdi. Ci trattenemmo davanti al lettino da ospedale.
Il direttore, che sovrintende e assiste a tutte le esecuzioni, ci spiegò
cortesemente e realisticamente la procedura con cui si lega il condannato, le
ultime parole e l’iniezione letale di tre veleni: thiopental sodium (in dose
letale, serve a calmare la persona); pancuronium bromuro (che collassa il
diaframma e i polmoni); cloruro di potassio (che arresta il cuore). La morte
sopraggiunge in sette-dieci minuti, dieci al massimo, disse il direttore. Larry
ci spiegò come attraverso una finestra ricavata in una parete divisoria l’evoluzione
dei fatti viene seguita dalla famiglia della vittima del crimine (dal 1996), da
esponenti della carta stampata e poco più in là in una stanza separata, anche
dalla famiglia del condannato. Il boia di turno è nascosto in un minuscolo
cubicolo adiacente, dove inietta i veleni lungo tre tubi che spuntano da un foro
quadrato nel muro. (Dal momento che la American Medical Association vietò ai
medici di prendere parte alle esecuzioni, oggi questo compito viene svolto da un
dipendente della prigione, spesso un ex militare paramedico. Il medico che
assiste si limita a confermare l’ora della morte.)
Credevo
che non sarei mai entrato in quella stanza, se mai ne fosse capitata l’occasione,
tanto la immaginavo raccapricciante. Ma presto mi abituai all’idea della
funzione di questo posto man mano che chiacchieravo amabilmente adottando lo
stesso realismo del mio interlocutore, Hodges. Impegnare il direttore in
conversazioni sull’efficacia o la moralità della pena di morte sarebbe stato
inutile. È un funzionario correzionale di carriera e l’idea di un’alternativa
come l’ergastolo è un sacrilegio per uno che come lui ha passato la vita a
occuparsi di prigionieri violenti. Lo stesso vale per Larry Fitzgerald, che ha
assistito a oltre cento esecuzioni e ha conosciuto personalmente molti dei
detenuti mandati a morte, e quando lo interroghi, alza sempre le spalle
filosoficamente: “È la legge. E poiché questa è la legge, facciamo quel che
possiamo”.
Visitammo
poi la prigione di Terrell che ospita attualmente il braccio della morte. Il
braccio della morte rimase nella prigione di Walls a Huntsville fino al 1965,
quando fu spostato a Ellis, a meno di 20 km dalla città verso nord. Nel 1998 ci
fu la prima fuga dal braccio della morte in 64 anni: il detenuto Martin Gurule
fuggì da un centro di lavoro e scavalcò due recinzioni di filo spinato, con il
corpo avvolto e protetto da uno spesso strato di giornali. Durante la fuga
tuttavia si era beccato una pallottola e una settimana dopo fu trovato morto in
un vicino ruscello, i giornali bagnati lo avevano trascinato e trattenuto sul
fondo. A seguito della fuga nel 1999 il braccio della morte venne spostato nella
più sicura prigione Terrell di Livingston. Per essere precisi, all’epoca
visitammo la “Terrell”, però ora si chiama prigione Polunsky. Quando fu
costruito nel 1993, questo carcere ultramoderno prese nome (secondo la
tradizione) da un ex presidente del Texas Board of Criminal Justice, che era
allora Charles T. Terrell. Ma vi fu sistemato il braccio della morte sei anni
più tardi, nessuno consultò il signor Terrell, che si offese perché, nel
frattempo, ironia della sorte, aveva cambiato idea sulla pena di morte, specie
sulla possibile esecuzione di persone innocenti. Oggi è favorevole all’ergastolo.
Poiché la prigione da lui costruita aveva finito per ospitare il più famoso e
affollato braccio della morte degli USA, il fatto che portasse suo nome lo
contrariava, così chiese garbatamente che venisse cambiato. Oggi il carcere si
chiama non a caso Polunsky, dal nome del successivo presidente, Allan B.
Polunsky, che sulla pena di morte pare non abbia troppi scrupoli.
A
prima vista Terrell/Polunsky è piuttosto sorprendente. Con un’architettura
imponente (2800 detenuti), pratica e senza fronzoli, e le graziose aiuole
inserite nel prato ben curato e annaffiato che sta dietro una distesa di filo
spinato (invisibile a distanza), sembra una moderna fabbrica di automobili.
Passando
per i numerosi strati di protezione lungo i tunnel di filo spinato, fa
impressione vedere (e sentire) le molte porte automatiche aprirsi bruscamente e
chiudersi di colpo alle tue spalle. Attraverso i vetri affumicati riuscivo a
vedere il centro di controllo, strapieno di schermi TV più di una redazione
della CNN. Oltrepassammo un rassicurante cartello che diceva “Gli ostaggi non
usciranno”. I pavimenti splendenti e le pareti intatte contraddicevano il
fatto che Polunsky è considerata una delle prigioni più dure del Texas. È di
certo la più sicura. In un’ala a parte sono 450 i detenuti attualmente in
attesa dell’esecuzione. Un fatto curioso: nonostante la notevole esibizione di
tecnologie, le celle da un metro e ottanta per tre, munite di porte solidissime,
non hanno l’aria condizionata. Dopo l’evasione di Ellis nel 1998 la TDCJ non
ha perso tempo. Il programma di lavoro è stato sospeso e i detenuti rinchiusi
nel braccio della morte restano soli per ventitré ore al giorno: qualsiasi
comunicazione con gli altri detenuti è proibita. Come sempre, durante la nostra
visita l’agente penitenziario che ci faceva da guida (per l’occasione il
maggiore Tim Lester, l’ufficiale addetto ai rapporti con le famiglie dei
detenuti) è stato estremamente gentile e aperto. “Oggi è una giornata
tranquilla”, ci disse. “Dovevate essere qui il mese scorso nel nostro giorno
più affollato, quello della festa della mamma”.
Nella
zona di visita, le famiglie parlavano a distanza con i detenuti del braccio
della morte, comunicando per telefono attraverso un vetro spesso e robusto,
mentre i bambini correvano intorno e i genitori armeggiavano ai distributori di
bevande e merendine. Volendo, per pochi dollari potevano essere fotografati con
una Polaroid contro il vetro corazzato insieme al parente condannato, per
gentile concessione della TDCJ. Tutto molto pratico e bene organizzato. Mentre
lasciavamo l’ala del braccio della morte con le sue strette feritoie da un
metro e venti per settanta centimetri, l’agente di turno ci disse, “Fategli
un gesto di saluto, ci sono quattrocento paia di occhi che vi stanno guardando”.
Tornato
a Austin, insieme al mio scenografo, Geoffrey Kirkland, e al direttore
artistico, Jennifer Williams iniziammo a considerare i possibili esterni. Ci
sono 70.000 studenti nelle università di Austin e dintorni e la loro cultura
domina la città e la sua economia (come testimoniano le centinaia di bar con
musica dal vivo della Sesta Strada. Austin mi è piaciuta. Non è esattamente la
“San Francisco del Sud”, come dice qualcuno, ma è una città raffinata e
tollerante). Abbiamo visitato anche i dintorni, alcune piccole città appena
fuori. In particolare mi sono piaciute Taylor e Elgin, dove abbiamo notato molte
prospettive interessanti.
Tornammo
anche alla prigione di Ellis, costruita nel 1963 (2300 detenuti), che aveva
ospitato il braccio della morte per oltre 30 anni fino al trasferimento a
Polunsky. Quando Charles Randolph scrisse la storia, pensava proprio a Ellis e
ora avevamo il permesso di entrarci. Fummo scortati attraverso il ponte
giapponese e i giochi d’acqua fino alle stanze delle visite, uguali a quelle
dei numerosi documentari che avevo visto e che avremmo replicato per il film.
Tuttavia ci sarebbe servito il permesso di filmare l’esterno del carcere, al
di là delle zone di massima sicurezza. Come sempre, tutti sono stati molto
gentili mentre ci portavano a visitare la zona centrale (la “spina dorsale”)
della prigione che si prolunga in mezzo alla massa dei detenuti. Lisa, che
indossava pantaloni lunghi come richiesto dalle regole (e scarpe chiuse) si
teneva molto vicina alla nostra scorta. La visita finì con il pranzo nella
mensa, serviti dai detenuti.
Tornai
per breve tempo a Los Angeles. Ero in viaggio per la Cina, dove avrei fatto
parte della giuria al Festival Internazionale del Cinema di Shanghai. Mentre ero
in Cina, Kevin Spacey mi chiamò per dirmi che aveva letto il copione e
accettava molto volentieri di fare il film. Fu una grande notizia, tra l’altro
perché con Kevin nel cast la produzione ci avrebbe dato ufficialmente il via e
tutti quelli che avevano lavorato duro al film per sette mesi sarebbero stati
pagati. In realtà per la paga ci volle un altro mese (fino al 12 agosto).
Finalmente ce ne andammo tutti a Austin per iniziare le riprese.
Fin
da gennaio, Kate Winslet mi aveva chiamato regolarmente, esprimendo il desiderio
di ricoprire il ruolo di Elizabeth “Bitsey” Bloom. Ora eravamo nella
condizione di offrirle la parte e Kate iniziò a lavorare con la brava maestra
di dizione Carla Meyer sul suo accento da costa orientale. Laura Linney aveva
accettato di ricoprire il ruolo di Constance: c’era il nucleo di un cast
meraviglioso.
Avevo
trascorso molte settimane a Los Angeles con i direttori del cast Juliet Taylor e
Howard Feuer per assegnare le parti secondarie. Ero stato inoltre molto
incoraggiato dal casting locale in Texas, dove avevo conosciuto attori di Austin,
Houston, Dallas e San Antonio. E avevo disposto delle audizioni aperte presso l’università
cattolica St. Edwards di Austin per chiunque volesse partecipare al film. A
parte la possibilità di trovare elementi aggiunti per il film, mi piacciono le
audizioni aperte perché c’è sempre la possibilità di una nuova scoperta tra
centinaia di aspiranti. Molti ruoli minori furono assegnati in questo modo.
Ho
scelto Gabriel Mann a Los Angeles dopo avere esaminato per il ruolo di Zack
centinaia di giovani attori, famosi o meno. Gabe ha una qualità deliziosa e
innocente, sempre gradevole anche mentre ricopre il ruolo di un furbo al punto
da non essere convincente. Sempre a Los Angeles avevo scelto Matt Craven (Dusty)
e Leon Rippy (l’avvocato di Gale, Braxton Belyeu), due attori fantastici e
splendide persone. A Londra trovai Rhona Mitra (Berlin). Quasi tutti gli altri
li ho scoperti nel corso delle numerose sessioni di Austin.
A
settembre la troupe crebbe fino a duecento persone, con l’aggiunta di quel
gruppo di noi che aveva lavorato al film per quasi un anno. Nel 2000, la città
di Austin e la Austin Film Society avevano rilevato la parte privata del
dismesso aeroporto municipale Robert Mueller, trasformandolo in uno studio
cinematografico. Gli uffici della produzione vennero ricavati dalla vecchia
torre di controllo (gli uffici più eleganti mai avuti in una location) e
Geoffrey Kirkland iniziò la costruzione dei set negli hangar in disuso.
Costruimmo un intero complesso che riproduceva le sale di visita della prigione
di Ellis, l’ingresso, i corridoi e altri interni, come la casa di Constance.
Avevamo
formulato il piano di lavorazione intorno alle due storie del copione. La storia
passata di David e Constance sarebbe stata girata nelle prime sei settimane,
sovrapponendosi per qualche giorno alle interviste di Bitsey e David. Nelle sei
settimane successive contavamo di girare quella di Bitsey e Zack.
Le
ultime settimane di preparazione furono frenetiche. Completammo i set, fissammo
gli esterni, provammo il trucco, le acconciature e i costumi. Michael Seresin,
mio direttore della fotografia e collega da trent’anni, insieme agli operatori
Mike Proudfoot e Ted Adcock, furono al mio fianco come sempre per definire i set
e le location, cercando copione alla mano di preparare almeno qualcosa in
anticipo, prima che iniziasse la follia delle riprese. Kevin, Laura e io
leggemmo inoltre il copione un mucchio di volte, cercando di smussare gli
spigoli e facendo in modo che il film che si stava formando nelle nostre teste
fosse non solo un buon film, ma lo stesso film!
E
arrivammo finalmente al primo giorno di riprese, il 5 ottobre, un anno e un mese
dopo la mia prima lettura della sceneggiatura.
Iniziammo
con il dibattito televisivo tra Gale e il governatore Michael Crabtree,
ingaggiato in loco per la parte del governatore del Texas. Ho resistito alla
tentazione di scegliere qualcuno che somigliasse a George W. Bush, anche se il
nostro personaggio nel film condivide molti dei punti di vista dell’attuale
presidente USA, essendo quest’ultimo (tra l’altro) un fedele sostenitore
della pena di morte: quando era governatore del Texas, autorizzò 146
esecuzioni. Il potere legislativo dello stato del Texas, curiosamente, si
riunisce soltanto ogni due anni circa. (La reale definizione di governo ridotto.
Cento anni fa si suggerì una riunione ogni cinque anni, incoraggiando l’idea
di governo assente). Mentre erano in sessione, trovarono comprensibilmente
inopportuni gli autori con il nostro circo mobile che bloccava la strada.
Perciò fu difficile ottenere il permesso di utilizzare l’edificio. Dopo molti
rifiuti, intervenne ancora una volta l’ufficio del governatore e ci fu
finalmente garantita l’autorizzazione di girare là il comizio di Laura.
Gli
uffici di DeathWatch, l’organizzazione abolizionista di cui Constance e Gale
sono i principali attivisti, li avevamo ricostruiti a Taylor, una piccola città
decadente appena fuori Austin. Qui avevo scelto un certo numero di location. La
città era l’ideale per gli esterni, con la sua massa di edifici e le strade
vuote, tipiche di molte piccole città del Sud agricolo, un tempo piene di vita
e oggi abbandonate.
Tuttavia,
la maggior parte delle location erano ad Austin e vicino alla base, le
abitazioni di Gale e Constance, la casa di Greer (dove hanno luogo il party e il
presunto stupro), i ristoranti e l’appartamento di Gale erano tutti a una
comoda distanza dagli alberghi in cui alloggiava la troupe. (La troupe proviene
prevalentemente da Londra, New York, Los Angeles e naturalmente Austin). Avevamo
programmato una serie di scene nel nuovo aeroporto internazionale di Austin, ma
un mese dopo l’11 settembre le autorizzazioni per le riprese furono
comprensibilmente e prontamente ritirate. Per fortuna il vecchio aeroporto
abbandonato era rimasto intatto, nessuno aveva ancora deciso che cosa farne.
Tutto era stato smantellato, ma la struttura c’era ancora e Geoffrey Kirkland
e Jennifer Williams lo avrebbero sistemato a dovere trasformandolo in un moderno
aeroporto. Analogamente le scene in ospedale furono girate in un ospedale
psichiatrico abbandonato, trasformato dagli scenografi.
All’università
gli studenti ci accolsero molto bene. Kevin attraversò a fatica la folla di
giovani ammiratori che gridavano e applaudivano. Il bello di Kevin, a parte la
sua bravura di attore, è che indossa la sua celebrità in modo molto leggero.
Contrariamente a tanti suoi contemporanei, lui si diverte realmente. Non è il
tipo che, girata una scena, si precipita nella limousine col cappello da
baseball calato sugli occhi. Kevin non se ne va prima dell’ultimo autografo.
Durante le scene nell’aula i ragazzi (tutti veri studenti) erano talmente
affascinati da dimenticare che stavano girando un film. Era come se gli fosse
capitato di seguire una lezione del docente più in gamba del campus: quel
docente che, nella nostra storia, cade in disgrazia e perde il contatto con gli
studenti e il piacere intellettuale di comunicare le sue idee appassionate.
Anche se la scena venne ripetuta molte volte, com’è normale quando si gira un
film, Kevin seppe mantenere l’attenzione rapita del suo giovane pubblico.
Vorrei
spendere qui una parola per la bellissima sceneggiatura di Charles. Dopotutto
nel cinema d’oggi è una grande impresa proclamare l’importanza etica di
Lacan riuscendo a tenere il pubblico incollato alle poltrone per due ore.
Avevamo
allestito una piccola sala di proiezione in un hangar vicino all’ufficio della
produzione negli Austin Studios e ogni sera guardavamo religiosamente i
giornalieri con il mio montatore, Gerry Hambling. Ho cominciato così tanti anni
fa e tuttora preferisco vedere il mio lavoro sul grande schermo e non su un
monitor. Ho sempre invitato i responsabili di ogni reparto a vedere il lavoro
del giorno prima. (A patto che siedano tutte le sere sulle stesse poltrone, sono
molto superstizioso). Per via di questo rito, le nostre giornate erano lunghe.
La maggior parte delle mattine lasciavamo l’albergo alle 6 per raggiungere il
luogo delle riprese. Ho sempre osservato la regola di raggiungere il set nello
stesso furgone del mio direttore della fotografia (Michael Seresin), degli
operatori (Mike Proudfoot e Ted Adcock, giro con due macchine da presa) e del
primo assistente alla regia (K.C. Hodenfield). A parte il fatto che anche questa
potrebbe essere un’altra superstizione che dura da vent’anni, è piuttosto
utile discutere insieme il lavoro da fare, o più spesso discutere di quello che
succede nel mondo reale che sembriamo lasciarci alle spalle nel momento in cui
iniziamo a girare un film. Lavorare per sedici ore al giorno, sei giorni a
settimana è niente in confronto a quello che capita a uno che lavora come
interno in un ospedale, perciò non voglio esagerare, ma dimostra quanto sia
difficile e poco affascinante o misterioso girare un film. Il mio giorno di
riposo, come succede a tutti i registi, di solito lo utilizzo per un’emergenza:
trovare una location sostitutiva perché quella promessa è sfumata oppure
lavorare nuovamente a una scena da girare il giorno dopo.
Eravamo
quasi a metà delle riprese quando giunse il momento dell’arrivo di Kate
Winslet da Londra. Aveva lavorato sul suo accento per alcuni mesi con la maestra
di dizione. Un giorno in ufficio Lisa riceve la telefonata di uno degli agenti
di Kate a Los Angeles, una donna. Con tono sgradevole dice di essere nuova dell’ufficio
e annuncia che “c’è un problema con le date (già concordate) dell’arrivo
di Kate”. Lisa, inutile a dirsi, ci rimane male, ma la donna le risponde con
una sonora risata. Era Kate in persona al telefono, che aveva pensato di provare
il suo nuovo accento americano, impersonando in modo convincente un’agente di
Hollywood.
Naturalmente
Kate arrivò alla data prevista, leggemmo immediatamente le scene che avrebbe
girato con Kevin e Gabe e io risposi alle sue numerose domande. Il primo compito
erano le scene dell’intervista con Kevin nella zona delle visite della
prigione di Ellis. Geoffrey Kirkland, in nome dell’autenticità, aveva
costruito con coscienza, ma senza troppo senso pratico, l’intera struttura in
solido acciaio e vetro a prova di proiettile. Era una replica esatta, tanto
esatta che né gli assistenti operatori, né io potevamo raggiungere Kevin,
intrappolato com’era in un luogo di massima sicurezza. Risolvemmo il problema
ritagliando una botola nella parete di acciaio in modo che potessi parlare più
facilmente con Kevin, invece che in ginocchio attraverso una minuscola grata di
ferro.
L’ultima
scena di Kevin fu girata sulla Sesta strada dove David si trascina barcollando
tra la folla, sproloquiando ubriaco su Socrate. Finimmo di girare a mezzanotte e
la vicinanza con i bar locali ci permise di organizzare per lui una piccola
festa di addio.
Ci
dedicammo quindi alla parte del film di Kate e Gabe, quando Bitsey inizia a
chiarire la storia di Gale per avvicinarsi alla verità. In questo film ho avuto
la fortuna di lavorare con molti grandi attori. Grazie ai due Oscar, Kevin è
preceduto dalla sua fama. Un attore consumato come lui non ha paura di mostrare
le debolezze di un personaggio. Prende queste imperfezioni per la collottola e
te le ributta indietro, trasformate e nobili. Ogni giorno sapeva sorprendermi.
Laura è un’attrice amata dai colleghi e ha ricevuto anche una nomination all’Oscar.
Tutto quel che fa è intriso di umiltà, un’anomalia rispetto alla vanità e
alla presunzione tanto diffuse al giorno d’oggi. È l’attrice più generosa
con cui abbia mai lavorato. Ma è anche intelligente, naturalmente. La sua forte
preparazione teatrale le consente di recitare in modo brillante dando tutto agli
altri attori. Eppure quando vedi i giornalieri e il film finito ti rendi conto
che domina le scene. Straordinario.
In
un cast comunque grande vorrei segnalare Matt Craven (Dusty), Gabe Mann (Zack),
Leon Rippy, (Belyeu) e Jim Beaver (Duke Grover, l’addetto alle pubbliche
relazioni della prigione): di tutti loro posso dire che è un piacere vederli
sullo schermo, ma soprattutto averli sul set.
E
arriviamo a Kate Winslet. A rischio di cadere nell’errore dell’esagerazione,
quello che paventavo all’inizio di questo scritto (non ho fama di essere “uno
zuccherino” con gli attori, “luvvie” come dicono a Londra), posso
affermare che se ho mai lavorato con un’attrice più brava o più carina,
quella potrebbe essere solo Laura Linney. Kate aveva voluto questa parte per
molto tempo e aveva lottato per averla anche quando la produzione, in principio,
la vedeva solo come una “rosa inglese“, nonostante le due nomination all’Oscar
prima dei vent’anni (e l’interpretazione di una giovane americana nel Titanic, il più grande successo di tutti i tempi). In poche parole,
abbiamo lavorato molto bene insieme, con un rapporto quasi telepatico (secondo
una sua teoria opinabile siamo in comunicazione da una vita precedente). Ed è
divertente. L’ammiravano anche i membri della scettica e smaliziata troupe
angloamericana. Tra una ripresa e l’altra, li aiutava tecnicamente con
generosità in ogni momento. Mi scuso per questa parentesi piena di lodi
amorevoli. Se a qualcun altro piace o meno quello che facciamo è naturalmente
affar suo, ma in un ambiente afflitto da attori egocentrici, sento il dovere di
parlare di un cast di attori che hanno svolto il loro lavoro con umiltà
comportandosi esattamente come il resto della troupe. È stato un modo molto
sereno e piacevole di realizzare un film.
Poi
fummo travolti da un tornado. Stavamo girando con Gabe e Kate in un piccolo
ristorante nei sobborghi di Austin. Continuavamo a girare mentre i bollettini
meteo rimbalzavano freneticamente tra una radio e l’altra degli assistenti
alla regia man mano che si avvicinava la tempesta. A mezzogiorno il cielo si
fece scuro come la notte e il temporale attaccò con forza le luci degli
elettricisti, polverizzando le lenti Fresnel da due pollici mentre i giganteschi
riflettori si strappavano dai sostegni e precipitavano sulla Highway 183. K.C.,
il primo assistente alla regia e l’addetto alla sicurezza della troupe
nominato dal DGA decisero di interrompere le riprese, poiché eravamo circondati
su tre lati dalle vetrate del ristorante Jim’s. Ci rifugiammo in cinquanta
nella piccola cucina interna e intanto la forza del tornado cresceva. Sistemammo
Kate, che teneva stretto il suo bambino, nella dispensa, un locale più sicuro.
Due ore dopo l’occhio del ciclone si allontanò e tornammo a fatica al nostro
albergo, guidando per le strade allagate.
Poi
giunse il momento di trasferirci tutti a Huntsville per le scene nel carcere
Walls e Ellis. Curiosamente non ero intimorito come nelle visite precedenti.
Fuori dai muri di mattoni rossi alti dieci metri e spessi un metro della
prigione di Huntsville con tutta la carovana di 50 automezzi, due elicotteri e
una troupe di cento persone (in abito da combattimento), mi sentivo come Attila
alle porte di Roma.
Huntsville
è una tipica cittadina del Texas orientale. (A parte la gigantesca statua di
Sam Houston che si vede entrando in città, una struttura straordinaria, un
misto di scultura sovietica e Kentucky Fried Chicken). Huntsville è anche un po’
come quelle città i cui abitanti lavorano tutti nello stesso settore. In questo
caso l’attività è quella carceraria. Solo nella contea di Walker, in cui
Huntsville si trova, ci sono sette grandi istituti di pena con 13.000 detenuti e
6.000 dipendenti, tra responsabili della sicurezza e personale di supporto.
Essendo un importante centro di esecuzioni, Huntsville gode di una grande
attenzione da parte dei media. Di conseguenza Larry Fitzgerald della TDCJ non si
è scoraggiato per la nostra presenza e ci ha spianato la strada mentre giravamo
le scene dagli elicotteri ronzando sopra le teste di centinaia di detenuti che
gridavano e agitavano le braccia, sperando forse in un prossimo rilascio.
Durante
le riprese Larry Fitzgerald stava cenando in un ristorante del luogo quando un
amico si avvicinò al suo tavolo. “C’è un bel po’ di chiasso oggi”
disse. “Doveva essere uno importante. Chi è stato giustiziato?” Il mondo
del film si era scontrato con la realtà. Larry mi raccontò generosamente l’episodio
come complimento per il realismo con cui avevamo riprodotto quella situazione.
Nella nostra versione, però, non era morto nessuno.
Il
22 dicembre, dopo 61 giorni di riprese, nel pieno rispetto del piano di
lavorazione e miracolosamente entro il budget, finimmo di girare in Texas. La
troupe poteva andare a casa per Natale.
Tornati
a Londra con 10.000 metri di girato, Gerry Hambling e io iniziammo il montaggio.
Gerry ha montato tutti i miei film. È un grande montatore, come testimoniano i
suoi numerosi premi, ma non è sveltissimo. Lui e Michael Kahn (montatore di
Steven Spielberg) hanno in comune una particolarità: sono gli ultimi
professionisti a montare in pellicola (non al computer). E ai grandi maestri non
si può mettere fretta.
Dovevamo
ancora ultimare le sezioni girate a Barcellona e la scena dell’opera. Avevamo
da poco disimballato la montagna di scatole di scartoffie da Austin, Lisa Moran
e David Wimbury cominciarono a preparare le riprese di Barcellona e della “Turandot”.
Ci furono anche le audizioni per soprani e tenori. Registrammo l’aria di Liù
negli studi Abbey Road con un’orchestra di 80 elementi. Il soprano è Janis
Kelly.
A
Barcellona girammo le scene di Dusty e Sharon (la moglie di Gale) e nel teatro
dell’Opera per i controcampi e i piani d’ascolto, soprattutto le riprese del
pubblico. Non avevamo l’autorizzazione per utilizzare il palcoscenico,
impegnato in un’altra produzione, e così tornammo agli Shepperton Studios,
dove Jennifer Williams, il direttore artistico, ricostruì la nostra versione di
“Turandot”. Il missaggio finale venne realizzato dal mio vecchio collega
Andy Nelson presso i Fox Studios di Los Angeles.
Mostrai
il film finito a Stacey Snider della Universal cinque mesi dopo la nostra
partenza da Austin e grazie ai suoi preziosi commenti sul montaggio, il film
finito fu sincronizzato tre settimane dopo.
Sinceramente
è stato un miracolo riuscire a realizzare questo film in un clima in cui le
produzioni devono sfornare a tutti i costi successi miliardari. Il nostro è un
thriller con un nucleo polemico al suo interno. Sono molto grato a Stacey Snider
e alla Universal per avere avuto il coraggio di farlo.
fonte:kataweb.it
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