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Tour southwest USA
Venerdì
25 Giugno:
Eccoci
finalmente, oggi è il gran giorno della Partenza, con la P maiuscola. Per
quanto tempo abbiamo pensato a questo viaggio … personalmente
fin dall’epoca in cui, ancora bambino, mi fu regalato un libro, che tutt’ora
conservo gelosamente, il cui titolo è “Meraviglie
naturali del Mondo”. Ricordo
che lo sfogliai e rimasi allibito di fronte alle immagini del Gran Canyon e di
tanti altri luoghi di quella zona degli Stati Uniti … ma sembravano talmente
distanti, quasi irraggiungibili, invece oggi andremo alla loro conquista e un
sogno diventerà realtà. Non pare essere vero, ma attraverseremo veramente
l’Oceano Atlantico e tutti gli States per sbarcare nel grande “West”
americano.
Il suono
della sveglia irrompe nel pieno della notte: non sono ancora le tre e, Federico
a parte, abbiamo incamerato pochissime ore di sonno, ma la stanchezza non è un
problema perché l’entusiasmo, alle
stelle, ci riempie le vene di adrenalina.
Alle 3:25 si
presenta a prenderci il nonno per accompagnarci all’aeroporto e alle 3:40
siamo già in strada. La distanza da percorrere è brevissima ed è incredibile
perché, causa lavori al Marconi di Bologna,
spiccheremo il volo, per andare in America, proprio dall’aeroporto della
nostra città.
Già prima
delle 4:00 siamo di fronte alla porta delle partenze del Ridolfi di Forlì:
scarichiamo le nostre cose, salutiamo il nonno e gli diamo appuntamento … a
fra poco! Infatti corre a casa a prendere nonna e bagagli perché, dopo tanti
viaggi nei quali ci hanno accompagnati solo per il primo tratto, questa volta
verranno con noi. Dopo meno di un’ora, finalmente tutti insieme, imbarchiamo
le valigie (direttamente per San Francisco … speriamo bene!) e ci mettiamo in
attesa alla porta numero 5 da dove saliremo sul volo KL 1582.
L’eccitazione
sale, man mano che passa il tempo, fin quando,
in leggero ritardo, alle 6:27, il Fokker 100 della compagnia di bandiera
olandese KLM non stacca da terra con destinazione Amsterdam.
E’ strano
veder scorrere, al di là del finestrino, paesaggi così familiari, ma il tutto
si esaurisce in fretta: un grosso nuvolose si interpone fra noi e la terra
impedendoci di vedere tutto o quasi, se non, per alcuni tratti, le Alpi ancora
innevate.
Sabrina
dorme, recuperando un po’ del sonno perso, mentre le nuvole non ci danno
tregua. Ci viene offerta la colazione e, poco più tardi, alle 8:14 atterriamo
al Schiphol International Airport, nella capitale olandese, mentre è appena
piovuto.
Sbarchiamo e,
dopo una breve sortita al ritiro bagagli per verificare che le nostre valigie
non siano state scaricate per errore, ci avviamo verso il Terminal F, con il
piccolo che si diverte a percorrere le numerose scale e pedane mobili. Ci
aspettano lunghe file: prima al
controllo passaporti, poi al metal detector, alla fine però saliamo sul
gigantesco Boeing 747 della KLM che, identificato come volo KL 605, lascia la
pista di Amsterdam alle 12:14. Siamo seduti nelle file centrali e purtroppo non
potremo vedere ciò che lungo il tragitto scorrerà sotto ai nostri piedi.
Raggiunta la
quota e la velocità di crociera sincronizzo l’orologio sul fuso orario di San
Francisco, dove arriveremo, e sposto le lancette indietro di ben nove ore! …
La cosa curiosa è che la trasvolata durerà all’incirca dieci ore e
per tutto il tempo inseguiremo il sole col risultato di atterrare, praticamente,
solo un’ora dopo la partenza.
La
rotta passa molto a nord, così, ormai a metà percorso, sorvoliamo le coste
della Groenlandia, disseminate di iceberg. Successivamente, sotto di noi, scorre
buona parte del continente nordamericano, mentre Federico, eccitatissimo, non
riesce assolutamente a fare quello che sarebbe un provvidenziale riposino, poi
finisce la terra ed appare un’immensa distesa d’acqua sulla nostra destra
… è l’Oceano Pacifico, l’unico che ancora ci mancava.
Seguendo
la linea di costa andiamo più a sud e cominciamo a scendere di quota, mentre
compare la sagoma di un grande ponte … quella inconfondibile del Golden Gate!
Poco dopo, alle 13:25 locali, tocchiamo felicemente terra all’aeroporto
internazionale di San Francisco … eccoci America!!!
Non
ci sembra vero: siamo veramente nella
mitica California, mitica sì, ma solamente uno dei cinquantuno stati che
formano la Repubblica Federale degli
Stati Uniti … che piaccia oppure no la nazione numero uno al mondo!
Scendiamo
dall’aereo e affrontiamo una lunga coda al controllo passaporti, poi ritiriamo
sane e salve le valigie e, dopo aver subito una piccola perquisizione alla
ricerca di eventuali prodotti alimentari, finalmente usciamo all’aria aperta.
Con l’ausilio
di un treno monorotaia raggiungiamo la
zona degli autonoleggi, dove ci rivolgiamo al banco della compagnia Alamo, con
la quale avevamo già una prenotazione, e in brevissimo tempo ci consegnano,
senza variazioni di prezzo, un’auto di categoria superiore rispetto a quella
prevista: una magnifica Chevrolet Astro (targata California 5HCE185), con tanto
spazio e otto comodi posti a sedere.
Caricate
le valigie c’immettiamo sulla Highway numero 101 in direzione del centro, così,
mentre mi abituo alla mancanza del cambio e del pedale della frizione, ci
ritroviamo di fronte all’hotel Best Western Americania, che ci ospiterà per
le prossime due notti.
Lasciamo
in camera tutti i bagagli e, nonostante la stanchezza cominci veramente a farsi
sentire, partiamo alla scoperta della nostra prima metropoli americana.
Percorriamo
Market Street, fiancheggiata da stupefacenti grattacieli, raggiungiamo la baia
di San Francisco e seguiamo il lungomare fino a svoltare sulla sinistra lungo la
strada che sale alla piccola altura di Telegraph Hill. Nel frattempo il piccolo
si è addormentato e per risvegliarlo scoppia, forse a ragione, una piccola
tragedia … non gli si poteva però negare
l’opportunità di osservare il magnifico panorama
sullo skyline di Downtown (il
centro cittadino), caratterizzato
dall’inconfondibile
sagoma della Transamerica Pyramid.
Scattiamo qualche
foto poi torniamo in riva al mare per visitare il famoso Pier 39: simpatica
trappola per turisti, situata proprio di fronte all’isola di Alcatraz, col suo
celeberrimo ex penitenziario. Il molo è noto soprattutto perché sulle sue
banchine si è stabilita una colonia di grossi leoni marini, che però in questo
periodo dell’anno abitualmente migra più
a sud, infatti ci sono solo alcuni esemplari, che naturalmente
immortaliamo, ma il tutto si è rivelato una piccola delusione.
Ci
fermiamo a cenare in un ristorantino sul Pier, con la vista che spazia, oltre i
vetri in lontananza, fino al Golden Gate, poi, poco dopo le 9:00, distrutti
dagli effetti del viaggio e del fuso orario, torniamo in hotel e ci ritiriamo in
camera a
consumare il meritato riposo.
Sabato
26 Giugno:
Già prima
delle 8:00 siamo tutti in strada, pronti a dare il via alla prima vera e propria
giornata da turisti negli States … e quale modo migliore di iniziare se non
con un’abbondante colazione di tipo americano?
Rifocillati a
dovere saliamo su di un pulmino, messo a disposizione gratuitamente dall’hotel,
e raggiungiamo Union Square, la piazza che è un po’ il cuore di San
Francisco, contornata da numerosi grattacieli.
Ad un isolato
di distanza si trova la stazione di partenza dei Cable Cars: l’unico mezzo di
trasporto al mondo considerato monumento storico! Le caratteristiche vetture,
senza le quali San Francisco perderebbe una parte del suo fascino, sferragliano
su e giù per le colline della città, affrontando con successo pendenze che
superano anche il 20%! Per salire si agganciano con un rampino ad un cavo d’acciaio senza fine che scorre fra le rotaie, mentre si
lasciano andare a ruota libera nelle vertiginose discese, servendosi unicamente
del freno a mano per rallentare. Giunte infine al capolinea vengono ruotate a
mano di centottanta gradi per mezzo di una grande pedana girevole:
l’operazione a cui assistiamo nell’attesa per acquistare i biglietti che ci
permetteranno di viaggiare sui Cable Cars per l’intera giornata.
Saliamo a
bordo ma percorriamo solo un brevissimo tratto di linea, fino a Union Square,
dove scendiamo. Torneremo in vettura più tardi, dopo aver visitato a piedi una
parte della città non servita da questi mezzi.
In breve ci
troviamo di fronte al Chinatown Gate, la simbolica porta che da accesso a quella
che può essere considerata, con i suoi centomila abitanti, dopo New York, la più
popolosa comunità cinese al di fuori dell’Asia. Gli avi degli attuali
residenti si stabilirono nella zona già nel 1848 e da allora cominciarono a
costruire una città nella città, con fattezze
chiaramente orientali, quelle stesse fattezze che ancora oggi la caratterizzano.
Percorriamo
Grant Avenue, vera e propria spina dorsale del quartiere, con i suoi tipici
lampioni bianco-rossi e con le costruzioni dai tetti a pagoda, ma osserviamo
anche quella che fu la prima cattedrale di San Francisco, la St. Mary’s Church
(purtroppo per lei, oggi, completamente fuori posto). Visitiamo nelle vicinanze
la variopinta Waverly Place, particolarmente
ricca di decorazioni orientaleggianti, poi lasciamo momentaneamente
Chinatown.
Ci inoltriamo
nella vicina Downtown, una realtà completamente diversa, con i suoi vertiginosi
grattacieli, fra i quali spicca per dimensioni e per forma la Transamerica
Pyramid. L’edificio, che caratterizza più degl’altri lo skyline della città,
può offrire, se osservato dalla sua base, una prospettiva particolarmente
suggestiva.
Dopo i
grattacieli affrontiamo la salita che ci riporta sulla collina di Chinatown,
passiamo davanti al fantasioso edificio della Bank of Canton, e riguadagniamo la
linea dei Cable Cars. Saliamo sul primo che passa e poco dopo ci ritroviamo al
capolinea di Fisherman’s Wharf … proprio quello a cui non volevamo arrivare.
Poco importa, perché viaggiare su queste strane vetture è anche divertente,
così, senza patemi, torniamo a salire sulle colline di San Francisco.
Intenzionati
a cambiare linea scendiamo proprio di fronte al piccolo museo dedicato a questi
incredibili mezzi di trasporto: è collocato all’interno di un edificio
sapientemente restaurato e vi si possono osservare i macchinari che permettono
il funzionamento di tutti i Cable Cars della città.
Dopo la breve
ma interessante visita saliamo finalmente sulla vettura giusta e andiamo alla
conquista delle incredibili pendenze della Powell-Hide Line: il tratto di rotaia
sicuramente più suggestivo ed emozionante. Arriviamo
così anche
al capolinea giusto, in Hide Street, di fronte al molo dove si trova l’Historic
Ship: un’interessante sfilata di vecchie imbarcazioni, capeggiata idealmente
dal Balclutha, un grande veliero a tre alberi oltre al quale, in lontananza, si
staglia l’inquietante sagoma dell’isola di Alcatraz.
Dopo una
velocissima toccata e fuga alla vicina
Ghirardelli Square (regno del cioccolato), visitiamo, per la gioia del
piccolo, l’Historic Ship, dove, oltre al veliero, si possono vedere l’Hercules, un vecchio rimorchiatore, e l’Eureka (con
propulsione a pale), un tempo il più grande traghetto al mondo.
Esplorato,
per volere di Federico, ogni più piccolo anfratto delle imbarcazioni
c’incamminiamo poi lungo la strada che costeggia
il mare, fino a raggiungere Fisherman’s Wharf. Il
vecchio quartiere dei pescatori e delle fabbriche alimentari si
è trasformato col tempo in una
perfetta trappola per turisti nella quale, vista l’ora, anche
noi veniamo irretiti.
Pranziamo e
torniamo al capolinea dei Cable Cars, affrontiamo a ritroso i suggestivi
saliscendi e poco dopo ci ritroviamo a Union
Square, dove sfilano a ritmo incessante un numero incredibile di Limousine.
Grazie
al pulmino Best Western rientriamo all’hotel e, questa volta con l’auto,
partiamo per la seconda parte della giornata. Attraversiamo tutta la città da
est a ovest e arriviamo, sulle rive dell’Oceano Pacifico, in vista del
celeberrimo Golden Gate.
Il più
famoso dei ponti sospesi fu inaugurato nel 1937, dopo essere stato progettato e
realizzato in soli cinque anni. Attualmente, ogni settimana, una squadra di
venticinque imbianchini utilizza circa due tonnellate di minio per rendere la
struttura impeccabile, ed è proprio il colore del minio a caratterizzare
il Golden Gate che, rossastro risalta mirabilmente sullo sfondo
della Baia di San Francisco.
Attraversiamo
quest’incredibile opera d’ingegneria e ci fermiamo a Vista Point, un punto
panoramico sulla destra all’uscita del ponte, che ci permette di osservare la
costruzione nella giusta angolazione, con in più i grattacieli di Downtown che
si stagliano sul blu del cielo in lontananza. Scattiamo numerose foto e poi
facciamo una passeggiata fino a raggiungere il pilone centrale, mentre
dall’oceano soffia un vento gelido ed il ponte, seppur impercettibilmente,
oscilla in maniera poco rassicurante. Riguadagniamo così i comodi sedili
dell’auto e scendiamo, sulle rive della baia, alla cittadina di Sausalito …
che è carina, ma nulla di eccezionale.
Risaliamo in
direzione del Golden Gate ed imbocchiamo la strada che s’inoltra nella Golden
Gate Recreation Area, una zona protetta sulle rive del Pacifico: da lì è
possibile ammirare il ponte,
dall’alto delle scogliere, in tutta la sua maestosità!
Osservato il
Golden Gate, praticamente da tutte le
angolazioni possibili, riprendiamo la strada per il centro di San Francisco e
transitiamo lungo il tratto di Lombard Street
denominato “The crookedest
street” (la strada tortuosa), una delle vie più famose e forse, appunto,
anche più tortuose del mondo, resa celebre
grazie ai numerosi film che vi sono stati ambientati … sono davvero
incredibili questi americani!
Arriviamo così,
ormai al termine della giornata, nei pressi del Pier 39: l’intenzione sarebbe
di prendere un gelato per cena, ma non troviamo parcheggio, così decidiamo di
andare prima a vedere il tramonto da Treasure Island. La scelta si rivela però
essere un piccolo errore, infatti troviamo la conferma ai nostri dubbi sul luogo
che, collocato in mezzo alla baia, si raggiunge percorrendo il suggestivo
Oakland Bay Bridge (a due piani, quello inferiore per uscire e quello superiore
per entrare a San Francisco): il sole scende lontano dallo skyline della città
ed il tramonto non è nulla di eccezionale,
in più Federico, giustamente stanco, cede di schianto, anche per effetto
del fuso orario, e ci costringe a rientrare in hotel senza prima aver cenato.
La giornata
termina così, fra i pianti del piccolo, in modo abbastanza rocambolesco, ma ciò
non toglie nulla alle straordinarie cose che abbiamo visto e stanchissimi ma
soddisfatti ci dedichiamo, anche questa sera, al meritato riposo.
Domenica
27 Giugno:
Grazie agli
effetti del fuso orario non è un problema alzarsi presto al mattino e poco dopo
le 7:00 siamo già pronti a partire.
Consumiamo
una buona colazione e ci avviamo in auto per le strade di San Francisco che,
visto il giorno festivo, sono semi-deserte. Si viaggia incredibilmente spediti,
così in brevissimo tempo arriviamo ad Alamo Square. Su questa specie di piazza
prospetta il gruppo di case più famoso della città, le cosiddette Painted
Ladies: sei villette in stile vittoriano che contrastano magnificamente sullo
sfondo dei grattacieli di Downtown … ma sono in ombra e torneremo più tardi a
fotografarle.
A dir la
verità tutta la zona è disseminata di edifici realizzati in questo stile:
deliziose costruzioni che sembrano uscite da
un libro di fiabe. Non possiamo fare a meno di notarle, assieme ad un
caratteristico mezzo dei vigili del fuoco, lungo la strada che da Alamo Square
ci porta al quartiere di Mission, storicamente il primo della città. Da
questo luogo ebbe infatti origine il
nome San Francisco, e più precisamente da quel gruppo di francescani spagnoli
che nel 1776 vi fondò la Mission Dolores, quello stesso complesso ecclesiastico
che ancora oggi possiamo osservare. La cappella, in particolare, eretta nel
1782, è il più antico edificio della città.
Scattiamo
qualche foto e poi, in auto, raggiungiamo il Golden Gate Park, enorme polmone
verde situato nella parte centro-occidentale della città. In particolare ci
rechiamo al Japanese Tea Garden, un piccolo e curatissimo giardino giapponese
all’interno del quale trascorriamo un po’ di tempo passeggiando
tranquillamente, fra
ponticelli, bonsai e pagode, immersi in una straordinaria quiete, tanto che non
sembra affatto di essere nel centro di una grande metropoli. Così come nei vicini
giardini botanici, un po’ meno
curati, ma letteralmente invasi dagli scoiattoli che
ci corrono intorno alla ricerca di cibo.
Terminiamo la
visita al Golden Gate Park con il Conservatory of Flowers, una bellissima serra
realizzata nel 1878, in stile vittoriano, all’interno della quale, in
un’umidità quasi insopportabile, osserviamo tantissime splendide specie di
fiori e piante tropicali.
La prima
parte della giornata è volata via e si è fatto tardi, anche perché ci aspetta
il check-out al Best Western entro le 12:00, così rientriamo all’hotel,
recuperiamo i nostri bagagli e con quelli a bordo ripartiamo.
Prima di
lasciare San Francisco abbiamo un conto in sospeso da regolare con le Painted
Ladies, quindi ci dirigiamo nuovamente verso Alamo Square. Rispetto alla
mattinata però qualcosa è cambiato. La città si è svegliata ed in
particolare è stato dato il via ad una manifestazione
molto nota da queste parti: la
metropoli californiana è una delle capitali mondiali della omosessualità e in
Market Street oggi va in scena il Gay Pride.
Noi eterosessuali non siamo interessati ma il traffico è quasi
completamente bloccato nella zona e, foto alle Painted Ladies compresa,
impieghiamo più di un’ora ad uscire dalla città e ad imboccare l’Oakland
Bay Bridge.
Ci lasciamo
così alle spalle San Francisco, con le sue meraviglie architettoniche e
paesaggistiche che la rendono davvero unica
… Forse, come tanti dicono, è veramente la più bella città degli
States.
Attraversiamo
la baia e diamo in pratica il via al tour “on the road” nel sud-ovest
americano: di fronte a noi la strada per giungere all’ideale traguardo è
lunghissima ma anche estremamente accattivante.
Percorriamo
poche decine di miglia verso l’interno e, quando ci fermiamo in un parcheggio
lungo l’autostrada per consumare uno spuntino,
non possiamo fare a meno di notare quanto
la temperatura esterna sia già
cambiata e schizzata verso l’alto … infatti fa un caldo infernale!
Percorriamo la
pianura centrale californiana che, tutta coltivata, a tratti ci ricorda
vagamente la Val Padana e nel tardo pomeriggio raggiungiamo la piccola cittadina
di Mariposa, situata ad una cinquantina di miglia dall’ingresso dello Yosemite
National Park, che visiteremo domani.
Ci fermiamo
per la notte in un hotel della catena Super 8. Saliamo in camera e più tardi
scendiamo per cenare in un ristorantino messicano, poi, stanchi, ci avventiamo
sui nostri letti: per domani c’è in
programma un’altra dura ma, speriamo, bellissima giornata.
Lunedì 28
Giugno:
Non vogliamo
perdere la buona abitudine di svegliarci presto, sfruttando al meglio il corso
della giornata, e così facciamo.
Dopo aver
usufruito della colazione, inclusa nel prezzo della stanza, scattiamo qualche
foto ad alcuni caratteristici edifici di Mariposa e partiamo con l’obbiettivo
di visitare il nostro primo grande parco nazionale: lo Yosemite (si pronuncia
Iossemiti).
Seguiamo la
Strada numero 140 che s’inoltra nella Sierra Nevada e ben presto incontriamo la valle in cui scorre il Merced River, il fiume che esce
dalla Yosemite Valley, mentre il paesaggio intorno a noi si fa sempre più
aspro. Arriviamo così in circa un’ora all’ingresso del parco,
dove per 65 dollari, acquistiamo il “Golden Eagle Pass”, una carta che ci darà la possibilità di entrare in
tutti gli altri parchi nazionali degli States.
Varchiamo così
un po’ emozionati il cancello che dà accesso a quello che fu il primo parco
naturale al mondo, istituito con decreto firmato da Abraham Lincoln in persona,
nel 1864. Lo Yosemite, chiamato così in omaggio alla tribù indiana degli
Uzumati, sterminata a metà del XIX secolo, si estende per migliaia di ettari,
inglobando nei suoi confini grandiose montagne che sfiorano i 4000 metri di
altezza … noi ci accontenteremo però di visitarne solo una piccola parte.
Oltrepassata
una strettoia si apre davanti ai nostri occhi la Yosemite Valley e subito dopo,
alla nostra sinistra, appare l’impressionante sagoma di El Capitan, una delle
più alte falesie conosciute, con i suoi 900 metri
praticamente in verticale, punto d’incontro dei free climbers di tutto il
mondo. Poco più avanti, sullo stesso lato della valle, intravediamo anche le
Yosemite Falls, spettacolari cascate che in tre salti superano un dislivello di
739 metri, risultando così le più alte del nord-america e fra le prime del
pianeta.
Lo spettacolo
della natura ci conquista letteralmente, mentre continuiamo ad inoltrarci in
questa strana vallata il cui fondo, largo qualche chilometro, è completamente
piatto e in netto contrasto con le impressionanti vette granitiche circostanti,
fra le quali spicca l’Half Dome, grandioso monolito dalla
caratteristica forma, che è diventato un po’ il simbolo di Yosemite.
Una strada, a
senso unico, fa il giro della vallata, risalendola sulla sinistra orografica per
poi uscirne dall’altro lato. Nella sua parte centrale costeggia il Merded
River, che placido scorre formando grandi anse in un meraviglioso scenario
naturale. Scenario che cerchiamo di goderci con una sosta lungo le rive del fiume,
accompagnata da una breve passeggiata, in tutta tranquillità.
Più avanti,
lungo il nastro d’asfalto, ci fermiamo anche nel punto dal quale, per mezzo di
una modesta scarpinata, in uno splendido contesto ambientale, si raggiunge la
base delle Yosemite Falls. Vorremmo trattenerci più a lungo in questi luoghi,
ma il tempo vola e sono quasi le 11:00 quando lasciamo il fondovalle per
cominciare a salire lungo la strada che porta a Glacier Point.
Impieghiamo
circa un’ora per arrivare ai 2200 metri di quota del punto panoramico forse più
famoso del parco, situato alla sommità di un’altura che domina la Yosemite
Valley, ma dopo un’interminabile serie di curve veniamo abbondantemente ricompensati.
Lo spettacolo da quassù è a dir poco mozzafiato:
la valle ora è ai nostri piedi e la vista spazia al centro
sull’imponente sagoma dell’Half Dome,
a destra sulle Vernal e
sulle Nevada Falls, particolarmente ricche
d’acqua, e a sinistra sulle Yosemite
Falls che, seppur così grandi, da quest’altezza appaiono quasi come
un’insignificante rigagnolo. La vastità dello scenario è tale da lasciarci
esterrefatti e in contemplazione per diverso tempo … poi, lentamente, torniamo
sui nostri passi verso l’auto per pranzare e riempire così qualcos’altro
oltre agl’occhi, già saturi di meraviglie.
Fatto il
pieno di energie ci spostiamo di qualche miglio, lasciamo l’auto in un
parcheggio ai bordi della strada e c’incamminiamo lungo il Taft Trail.
Seguendo il sentiero attraversiamo un bel tratto di foresta, con imponenti
piante, e in meno di mezzora arriviamo nella sua parte terminale, che si
affaccia, come Glacier Point, sulla Yosemite Valley. Passiamo accanto alle
cosiddette Fissures, vertiginosi tagli nella roccia, come fendenti di una grossa
lama, inferti da chissà chi al severo bordo del precipizio, e giungiamo in
vista dello straordinario sperone granitico di Taft.
E’ una
specie di balcone naturale, magistralmente sospeso a diverse centinaia di metri
dal fondovalle e lo spettacolo, con la visuale che spazia di fronte su El
Capitan, è grandioso … Così restiamo per un po’ ad osservare il panorama,
mentre diversi scoiattoli, per la gioia di Federico, ci saltellano intorno, poi,
pienamente soddisfatti per l’esito più che positivo di questo primo trail,
affrontiamo con calma la via del ritorno.
In auto
partiamo lasciandoci alle spalle Yosemite, ma portando con noi gl’indelebili
ricordi delle sue meraviglie naturali. Ci aspetta un bel tratto di strada prima
di chiudere la tappa e, in pratica, scendiamo dalla Sierra Nevada per poi, in
parte, risalirvi. Arriviamo così, quasi alle 20:00, al Best Western Holiday
Lodge di Three Rivers, ormai alla porte del Sequoia National Park, che
visiteremo domani.
Ci
rassettiamo un poco e usciamo per cena ad un Pizza Factory, chiudendo la
giornata con una sana risata grazie al nonno che, non ancora in sintonia con i
fast-food americani, all’uscita, in piena buonafede, getta tutto nel bidone
dei rifiuti … vassoio compreso! … E con il sorriso ancora stampato sulle
labbra ce ne andiamo in camera a riposare.
Martedì
29 Giugno:
Siamo
diventati velocissimi: alle 7:15 siamo fuori dalla stanza e, consumata la
colazione, alle 8:00 già in strada. Seguiamo il nastro d’asfalto della
Highway numero 198 che, una curva dopo
l’altra, s’arrampica sulla Sierra Nevada e ben presto entriamo nel
Sequoia National Park.
Il parco,
istituito nel 1890 per proteggere soprattutto i millenari alberi da cui prende
il nome, si sviluppa ad un’altitudine media che supera i 2000
metri, per cui, anche dopo l’ingresso, affrontiamo in salita un’interminabile
serie di curve, mentre intorno a noi
il paesaggio non presenta segni di foreste ne, tanto meno, di sequoie, e
se non avessimo avuto in
merito informazioni ben precise ci sarebbe sorto probabilmente il dubbio di aver
sbagliato strada … invece, all’uscita di una delle ultime curve, ci
appare la sagoma di tre grandi alberi in fila indiana e da quel punto in avanti,
assieme a loro, compare anche l’intera, rigogliosa, foresta.
Continuiamo a
salire ancora un po’, fino a giungere in prossimità di un centro visitatori,
di fronte al quale troneggia The Sentinel, un’enorme sequoia. Da lì
imbocchiamo una strada secondaria in direzione di Crescent Meadow, mentre
aleggia nell’aria un po’ di fumo a causa di un piccolo incendio nelle
vicinanze: per sicurezza chiedo informazioni ad un ranger … nulla di
preoccupante, mi risponde.
Le grandi
piante spiccano fra le altre, oltre che per dimensione, anche per la loro
corteccia più chiara: sono davvero una meraviglia, così ci fermiamo al loro
cospetto ed è un’emozione indescrivibile poterle toccare.
Seguendo la
strada arriviamo al cosiddetto Tunnel Log, una galleria scavata attraverso il
tronco di una grossa sequoia caduta tempo addietro chissà per quale motivo.
Completiamo, infine, la visita di questa zona del parco lasciando l’auto in un
parcheggio per salire a Moro Rock, uno sperone roccioso sul quale si avventura
un breve ma irto trail. Il sentiero è, a tratti, vertiginoso e circa a metà
percorso Sabrina, che non ha buoni rapporti col vuoto, impaurita si ferma ad
aspettarci, perché noi, “impavidi”, proseguiamo fino alla cima, da dove si
ha un bel colpo d’occhio sulle alture circostanti … peccato solo per il fumo
e la foschia.
Lasciando
Crescent Meadow, al ritorno dalla passeggiata, eleviamo ulteriormente il nostro
contatto con la natura avvistando, in un breve lasso di tempo, ben due cervidi
(probabilmente daini) … mentre gli scoiattoli, numerosissimi, abbiamo da tempo
smesso di contarli.
Torniamo a
percorrere la strada principale e giungiamo, nel cuore del parco, in un ampio
parcheggio dove lasciamo l’auto per recarci al cospetto di “sua maestà”
il Generale Sherman … E’ un’incommensurabile onore trovarsi di fronte al
più grande essere vivente del pianeta: con i suoi 83 metri d’altezza non è
la più alta sequoia esistente e neppure la più grossa, sebbene gli 11 metri di
diametro alla base, ma è in fatto di massa che il Generale pare sia imbattibile
e nonostante l’età, compresa fra i 2300 e i 2700 anni, appare in gran forma e
sprizza salute da tutti i rami.
Dopo le foto
di rito c’incamminiamo lungo il Congress Trail, un comodissimo sentiero che si
snoda all’interno della Giant Forest. E’ lungo questo tracciato che possiamo
osservare numerosi esemplari di sequoia gigante, a volte purtroppo danneggiati,
più o meno seriamente, dai numerosi incendi, che qui pare si sviluppino, quasi
esclusivamente, per cause naturali. Per dimensioni e per stato di conservazione
spicca in particolare l’albero soprannominato The President, affiancato, a
poche decine di metri, da un folto gruppo di sequoie che, visto l’eccellente
vicino, altro non potevano essere che il cosiddetto Senato!
Dopo un’ora
abbondante di completa immersione nella natura, ivi compreso l’avvistamento di
un altro bel daino, siamo di ritorno … stanchi ma pienamente soddisfatti anche
di questa scarpinata.
Risaliamo in
auto e percorriamo un discreto tratto di strada: ci lasciamo alle spalle il
Sequoia National Park ed entriamo nel Kings Canyon National Park. I due parchi
sono molto simili e praticamente uno il proseguimento dell’altro, tanto che
vien da chiedersi il perché non siano uno unico … purtroppo lo ignoriamo, ma
un motivo sicuramente ci sarà.
Arriviamo così
a Grant Grove, ovvero il boschetto di Grant: sono già le 13:00 e pranziamo,
come sempre “al sacco”, prima di fare a piedi un breve giro della selva,
dominata naturalmente dal Generale Grant, un po’ più giovane e meno alto del
suo più noto parigrado Sherman, ma con un diametro di base
maggiore, che supera i 12 metri. Tutt’intorno
poi, associando l’intero contesto alle gerarchie militari, non possiamo
fare a meno di notare un’incredibile serie
di “subalterni” … spesso di alto grado e meritevoli di
onorificenze. Per completare il quadro non poteva mancare, ovviamente, il caduto
sul campo … un “vecchio ufficiale”, stramazzato al suolo nel 1969, del
quale è rimasta in pratica la sola corteccia … vi si può tranquillamente
passeggiare all’interno ed è una stranissima sensazione che diverte in
particolare il piccolo.
Grant Grove
è davvero un luogo fantastico e, in definitiva, le sequoie di Kings Canyon sono
forse più belle di quelle del suo più noto parco confinante.
Nel primo
pomeriggio, a malincuore, lasciamo questi eccezionali monumenti della natura:
prima di poter ritenere chiusa la tappa dobbiamo percorrere ancora la bellezza
di 450 chilometri.
Scendiamo
dalla Sierra lungo una strada secondaria, talmente tortuosa da far quasi girar
la testa, poi finalmente arriviamo nella grande pianura centrale californiana:
un unico, immenso giardino nel quale si coltiva di tutto. Giunti nei pressi
della cittadina di Bakersfield però deviamo verso est e in poche miglia il
paesaggio cambia radicalmente: il deserto, punteggiato di Joshua Tree, prende il
sopravvento e i colori caldi diventano dominanti.
Passiamo
attraverso il piccolo Red Rock Canyon State Park e poco dopo, in lontananza,
scorgiamo le case di Ridgecrest, alla cui periferia, in un hotel della catena
Econo Lodge, ci fermiamo per la notte.
Usciamo per
cena da Denny’s, un tipo di fast-food sul quale avevo ottime referenze
(confermate in pieno), poi rientriamo in hotel e, ripassando mentalmente le
emozioni che ci hanno regalato i giganti della foresta, scivoliamo pian piano
nel mondo dei sogni.
Mercoledì
30 Giugno:
Parte molto presto quella che
sarà, sicuramente, la giornata più lunga del viaggio, infatti, dopo le normali
visite e oltre 500 chilometri di strada percorsa, questa sera ci dedicheremo
anche alle follie di Las Vegas.
Già prima delle 8:00 siamo in
viaggio lungo la Highway numero 178 in direzione della Death Valley. Oltre i
finestrini scorrono paesaggi desertici e inospitali, tanto che, attraversando lo
sconcertante abitato di Trona, ci vien da chiedere come si possa decidere di
vivere in certi posti, soprattutto quando nelle vicinanze ce ne sono di molto
migliori. Il panorama, per i non residenti
come noi, è comunque affascinante, anche se questa mattina, purtroppo,
non siamo accompagnati dal sole … nulla di preoccupante, non dovrebbe piovere,
ma se qualcuno, alla partenza di questo viaggio, mi avesse detto che proprio
oggi, mentre stiamo andando in uno dei luoghi più caldi del pianeta il cielo
sarebbe stato nuvoloso, beh, non ci avrei certo creduto!
Circa a metà mattinata, al
termine di una lunghissima discesa, entriamo nella leggendaria Death Valley (dal
1933 compresa nel Death Valley National
Monument). E’ una delle più profonde depressioni dell’emisfero settentrionale, con il suo punto
più basso situato a 85,5 metri sotto
il livello del mare e, visto il suo clima infernale (nel 1913 si toccarono i più
57 gradi Celsius), deve il suo sinistro nome alla frase pronunciata da un
pioniere che, scampato ad un pericolo nell’attraversarla, più o meno, a
quanto pare, disse così: «Grazie a Dio siamo usciti
da questa valle della morte!».
Noi,
senza particolari timori, invece vi
entriamo e a Stovepipe Wells, minuscolo agglomerato
di edifici con alcuni locali commerciali, facciamo la prima sosta, mentre
il caldo comincia a farsi sentire e, in lontananza, qualche sprazzo di cielo
sereno ci lascia ben sperare.
Riprendiamo a
seguire la strada per il fondovalle e scendiamo sotto il livello del mare con la
vista che spazia, a sinistra, sulle Sand Dunes: un pezzetto di Sahara nel West
americano, ma la strada per visitarle è chiusa al traffico delle auto private e
restano in lontananza, come il sole dietro alle nuvole …
Ci
approssimiamo al cuore di questo luogo che, metro dopo metro, ci appare sempre
più surreale, come la breve deviazione sterrata che ci porta al Mustard Canyon
… Il nome è appropriato perché gli strani cumuli di arido terreno che
fiancheggiano il tracciato ricordano proprio
nell’aspetto il ben noto condimento.
Nei paraggi
visitiamo anche i resti di una vecchia miniera di borace. Ci fu un tempo in cui
la valle si rese protagonista di un piccolo boom economico, con l’estrazione
di questo minerale, ma tutto poi finì, soppiantato, diversi lustri più tardi, da
un’altra risorsa, tuttora sapientemente sfruttata:
il turismo.
Oltrepassiamo
Furnace Creek, l’oasi che, in
pratica, è la capitale della Death
Valley, nonché l’unico posto nel quale è anche possibile soggiornare,
e imbocchiamo sulla destra la strada che continua a scendere verso Badwater
Basin, il punto più basso di questa incredibile depressione … Quando,
finalmente, arriviamo, contornati dal bianco accecante del sale che ricopre il
fondo di un antichissimo bacino idrografico, in quello straordinario luogo, a
282 piedi (85,5 metri) sotto il livello del mare anche il sole, grazie a Dio,
vince la sua battaglia ed esce prepotentemente allo scoperto
deliziandoci della sua presenza.
Trascorso un
po’ di tempo e scattata la foto ricordo davanti al cartello con su scritta la
quota, che sarà, senza ombra di dubbio, il punto più basso del viaggio,
torniamo con calma in direzione di Furnace Creek, infatti, lungo il tragitto, ci
aspettano diverse tappe.
La prima è
al Devil’s Golf Course (letteralmente il “Campo da golf del diavolo”).
E’ uno strano fenomeno messo in scena da terra e cristalli di sale,
con la complicità degli agenti atmosferici: sembra d’essere nel bel
mezzo di un campo arato, laddove un aratro, probabilmente, non è mai passato.
Poco più
avanti imbocchiamo sulla destra la cosiddetta Artist Drive: una strada, a senso
unico, che si avventura alla base di un anfiteatro le cui rocce, pigmentate dai
numerosi minerali presenti, hanno assunto fantasiose tonalità. E’ uno
spettacolo e una veduta diversa all’uscita di ogni curva, fino alla trionfante
esplosione di colori dell’Artist Palette: la “tavolozza” sulla quale un
immaginario artista sembra aver miscelato ocra, gialli, bianchi e azzurri alla
ricerca delle loro infinite sfumature.
Sono quasi le
14:00 quando riguadagniamo la strada principale. Ci attardiamo ancora un po’
per fotografare la bizzarra Mushroom Rock (un fungo che i nonni, seppur
cercatori incalliti, non possono cogliere), poi finalmente pranziamo,
all’ombra di un rarissimo albero, in un parcheggio di Furnace Creek.
Mezzora di
sosta, non di più, e ci buttiamo nuovamente a capofitto nella visita della
Death Valley. Imbocchiamo questa volta la Route 190, che esce verso est, e ci
fermiamo quasi subito a Zabriskie Point, luogo reso celebre dall’omonimo film
di Antognoni. Il fenomeno geologico che si può osservare da questo punto
panoramico è fra i più affascinanti della valle, con i calanchi erosi dalle
intemperie che sembrano di carta pesta e, giallastri, spiccano meravigliosamente
sul blu intenso del cielo retrostante.
Poco oltre
Zabriskie Point si può percorrere un’altra deviazione (a senso unico), che si
stacca dal tracciato principale e non ce la lasciamo sfuggire. Ci addentriamo
così nel Twenty Mule Canyon, lungo la pista che seguivano i convogli carichi di
borace, trainati generalmente, appunto, da venti (twenty) muli … in
quell’epoca, forse, nessuno aveva il tempo e la voglia di guardare, come noi,
il paesaggio circostante che, meraviglioso nella sua cruda desolazione, merita
invece certamente più di un’occhiata.
Ci togliamo
idealmente maschera e boccaglio mentre emergiamo … dal livello del mare,
quindi prendiamo a salire, senza un attimo di sosta,
anche a tornanti, fino a raggiungere i quasi 1700 metri del Dante’s
View, una sorta di balcone naturale sulla Death Valley … La gigantesca
depressione ora è ai nostri piedi e si abbraccia tutta in un solo colpo
d’occhio, con la bianca distesa di sale del Badwater Basin che sembra un lago
ghiacciato e, proprio di fronte, il Telescope Peak, che se somma la sua altezza
(3368 metri) a quella negativa del fondovalle arriva all’impressionante
dislivello di 3453 metri!!! … non sembra a vederli, ma è proprio così!
Con
l’adrenalina a mille salutiamo la Death Valley che, grazie alle emozioni di
cui ci ha fatto dono, a dispetto del nome, ci fa sentire più vivi che mai.
Percorriamo ancora poche decine di miglia e salutiamo anche la California (che incontreremo
nuovamente alla fine del viaggio) per entrare nello stato del Nevada.
Il nastro
d’asfalto scivola via liscio sotto alle ruote della nostra Chevrolet, mentre
il sole, inesorabile, scende verso la linea dell’orizzonte esaltando i colori
dell’arido paesaggio che scorre veloce ai lati dell’auto, oltre i
finestrini, poi all’improvviso, dopo un dosso, appare l’improbabile sagoma
di una città … sembra un miraggio, invece
è proprio Las Vegas!
Approdiamo
nella metropoli del divertimento per eccellenza poco dopo
le 19:00 e subito ci rechiamo all’hotel nel quale alloggeremo: il
fantastico Luxor, a tema ovviamente egizio, con tanto di sfinge a grandezza
naturale sul fronte e uno dei più grandi del mondo, con le sue 4400 stanze. Ai
primi venti posti di questa speciale classifica se ne contano ben diciotto di
Las Vegas, che ha monopolizzato l’ipotetico podio: al primo posto il The
Venetian, con circa 7000 suite, al secondo l’Mgm, con 5005 camere e al terzo
proprio il Luxor!
Entriamo
nella hall (davvero impressionante) e, ritirate le chiavi, raggiungiamo uno dei
primi piani (il decimo!) con l’ascensore, che qui si chiama “inclinator”,
visto che sale lungo gli spigoli interni della grande piramide che caratterizza
il complesso.
Facciamo una
veloce doccia e poi usciamo sullo Streep, la strada principale di Las Vegas che,
con l’arrivo dell’oscurità, si è trasformata ed ora è un immenso
scintillio di luci.
E’ strana
la storia di Las Vegas (e del Nevada): meno di un secolo fa era solo un luogo di
passaggio, per cui le leggi locali, contrariamente agli altri stati, prevedevano
tempi di applicazione molto più brevi, soprattutto per le pratiche di divorzio
(42 giorni) … ma era più facile anche sposarsi. Involontariamente ciò attirò
gente … e la conseguente necessità di intrattenerla (col gioco d’azzardo)
provocò poi la scintilla grazie alla quale, oggi, possiamo vedere tutto questo.
Sembra pura follia: i più grandi hotel-casinò di Las Vegas si trovano proprio
lungo lo Streep, il cui nome è appropriato, perché streep significa spogliare
completamente qualcuno e al gioco si può perdere tutto … anche gli abiti.
Con un
trenino monorotaia raggiungiamo il vicino hotel Excalibur che, imperniato sul
tema di Re Artù, ha le forme di un meraviglioso castello medievale. Di fianco
si trova lo stupefacente New York–New York, che ricostruisce fedelmente, anche
se in scala ridotta, i più famosi grattacieli
di Manhattan (non le Twin Towers, per fortuna), e davanti
troneggia il gigantesco Mgm.
Ceniamo lungo
lo Streep in un fast-food e
riprendiamo la nostra passeggiata nell’impareggiabile stravaganza americana.
Vaghiamo fra i tavoli verdi del
Paris-Las Vegas, caratterizzato dalla riproduzione (alta 150 metri!) della Torre
Eiffel e proprio di fronte ammiriamo l’hotel Bellagio, con le sue magnifiche
fontane danzanti. Di fianco a quest’ultimo si trova poi l’immenso Caesar’s
Palace, costruito sul tema dell’antica Roma e palcoscenico di storici incontri
di boxe.
Alla strenua
delle fontane danzanti per il Bellagio altri hotel offrono show gratuiti, come
la spettacolare finta eruzione vulcanica del Mirage … ma lo spettacolo più
incredibile lo offre il Treasure Island: un cast di attori e stunt-man mette in
scena una stupefacente battaglia navale piratesca, in versione dance. Le
rappresentazioni si tengono ogni ora e mezza e noi, purtroppo, arriviamo pochi
minuti prima dell’ultima, così non riusciamo a prendere una buona posizione
per vederla e non ce la godiamo … peccato!
Sull’altro
lato della strada, rispetto al Treasure Island, osserviamo l’incredibile The
Venetian, con ricostruiti fedelmente il Canal Grande e alcuni celeberrimi scorci
della città lagunare, mentre le lancette dell’orologio, completando il loro
ultimo giro, fanno scattare il datario e in un attimo è …
… Giovedì
1 Luglio:
La stanchezza
comincia a farsi sentire ma, imperterriti, continuiamo nella visita di Las Vegas
e in autobus raggiungiamo Downtown per vedere Fremont Street, cuore storico
della città, con la sua straordinaria volta di luci che, vista l’ora ormai
tarda, è solo in parte funzionante … meglio poco che niente, dice comunque
una famosa teoria.
E’ ormai
l’1:00 e la nostra resistenza è stata messa a dura prova (Federico, otto anni
a fine mese, ci ha veramente stupiti!), così esausti risaliamo sull’autobus
che ci riporta congelati (per l’aria condizionata tenuta inspiegabilmente
altissima) fin di fronte al nostro hotel. Ci trasciniamo in camera e felici, per
il buon esito di una giornata indimenticabile, ci concediamo qualche ora di
riposo.
Quando suona
la sveglia ci sembra di aver chiuso gli occhi da pochi minuti e non è facile
riaprirli, ma l’entusiasmo ci aiuta e in breve siamo pronti, con i bagagli in
mano, a scendere dalla grande piramide.
Percorriamo
in auto lo Streep, che con la luce del giorno fa tutto un altro effetto, ci
fermiamo a far colazione da Denny’s e neanche a metà mattinata siamo pronti
per una nuova avventura.
Lasciamo Las
Vegas verso nord-est sulla Interstate numero 15 e dopo poche decine di miglia
svoltiamo a destra seguendo le indicazioni per il Valley of Fire State Park che,
istituito nel 1935, è il più vecchio parco statale del Nevada.
Lungo il
breve tratto di strada che ci porta all’ingresso il paesaggio comincia a
mostrare le caratteristiche peculiari dell’area, con le tipiche formazioni
rocciose di colore rossastro, che probabilmente
hanno ispirato il nome (Valle di fuoco).
All’entrata
non c’è nessun ranger e lasciamo, come fan tutti (con grande senso di civiltà),
i cinque dollari richiesti dentro
ad una busta in un apposito contenitore, visto che nei
parchi statali il Golden Eagle Pass non è valido, e cominciamo la
visita.
Subito
incontriamo le curiose conformazioni dette Beehives, quindi, effettuando una
breve deviazione, un piccolo arco naturale, a cui Federico da immediatamente la
scalata, e la Ati Ati Rock, uno sperone roccioso, che emerge dalla sabbia rossa
come il fuoco, sul quale si trovano incisi alcuni petroglifi indiani vecchi di
oltre quattromila anni.
Seguendo una
strada sulla sinistra ci avviamo verso il cuore del parco, mentre un dispettoso
nuvolone si posiziona proprio sulla nostra testa e il bellissimo punto
panoramico detto, per le infinite sfumature di colore, Rainbow Vista viene
sminuito a tal punto che, per la rabbia, evito persino di fotografarlo.
Procediamo così spediti fin dove termina il nastro d’asfalto, ai piedi del
White Dome, e, anticipando i tempi, ci
fermiamo a pranzare in attesa che torni
il sole.
La nostra scelta
viene premiata e, puntuali,
le nuvole se ne vanno lasciando
nuovamente spazio al cielo sereno, in questo modo ci rechiamo a vedere il
vicino Fire Canyon (il nome è una garanzia) e al ritorno, replicando la sosta a
Rainbow Vista, possiamo finalmente scattare la sospirata foto tralasciata in
mattinata.
Evitata per
il caldo infernale la passeggiata nel canyon detto Mouse’s Tank, cominciamo ad
uscire dal parco verso est e, osservate lungo la strada le particolari Seven
Sisters (sette scenografiche rocce in fila indiana), ci fermiamo per vedere la
Elephant Rock, quella che è un po’ la conformazione
rocciosa simbolo del Valley of Fire.
Per farlo bisogna percorrere un brevissimo trail di un ottavo di miglio (come
ben
specificato
anche su di un cartello ai lati del parcheggio), ma è una disdetta perché consumata
più volte la distanza, sul rovente
suolo del Nevada, non riusciamo assolutamente a trovare la roccia
(stranamente mal segnalata). Non mi so dar pace per questo piccolo fallimento ma
dobbiamo per forza andare, perché siamo stanchi, accaldati e si sta facendo
tardi.
Ci lasciamo
alle spalle il Valley of Fire State Park che, tutto sommato, ci ha soddisfatti,
meritando le giuste attenzioni, e riguadagniamo la Intestate numero 15 seguendo
la quale, verso nord-est, salutiamo anche lo stato del Nevada per entrare in
Arizona. Cambiamo fuso orario e mettiamo le lancette dell’orologio avanti di
un’ora, mentre procediamo sul fondo dell’accattivante Virgin River Canyon,
che ci porta a varcare anche i confini dello Utah.
A grandi
passi ci avviciniamo agli scenografici picchi dello Zion National Park e
arriviamo nella cittadina di Springdale, dove prendiamo alloggio nel locale
hotel della catena Quality Inn.
Lasciamo le
valigie in camera e, dopo una veloce doccia, ripartiamo in auto. Varchiamo
l’ingresso dello Zion National Park e deviamo subito lungo la Mount Carmel
Highway, stupenda strada panoramica fiancheggiata da montagne che sfoggiano
incredibili colori, fra le quali spicca il Checkerboard Mesa.
I rilievi,
all’improvviso, spariscono quando
usciamo dal parco, e ci ritroviamo a viaggiare su di un vasto e verde altopiano.
Procediamo spediti in questo scenario ancora per diverse miglia, facendo in
pratica le corse col sole che sta tramontando, e arriviamo in tempo utile per
osservare le mirabili dune di sabbia rossa del Coral Pink Sand Dunes State Park
con la calda luce del crepuscolo.
Restiamo a
camminare su quella morbida arena, tempestata di magnifici fiori gialli, fin
quando l’ultimo raggio di sole la illumina, mettendone in risalto l’ardente
tonalità, poi, ancora estasiati, torniamo a seguire la strada in senso inverso
per far ritorno all’hotel.
Ci fermiamo a
cenare in un ristorante lungo il tragitto e arriviamo al Quality Inn con
l’oscurità ed una magnifica stellata, chiudendo così nel migliore dei modi
anche questa bella ed intensa giornata.
Venerdì 2
Luglio:
Ad una
settimana esatta dalla partenza di questo splendido viaggio ci alziamo da letto
deliziati dalla vista che spazia sulle alture dello Zion National Park.
Nell’aria frizzante del mattino c’è una pace immensa e possiamo prepararci
con relativa calma perché al Quality Inn non serviranno la colazione prima
delle 8:00.
Puntuali ci
presentiamo, assieme ad altre persone, all’apertura del locale: in questo modo
già prima delle 9:00 siamo pronti per dedicarci alla visita del nostro parco
nazionale quotidiano. Zion è sì, dal 1919, il nome di un parco, che in
precedenza fu per lungo tempo luogo di rifugio dei pionieri mormoni, ma è
soprattutto il nome di un canyon formato dal
Virgin River in milioni di anni e percorso, per quasi dieci miglia, anche
da una spettacolare strada.
Varchiamo
(per la seconda volta) la porta d’ingresso del Zion National Park e,
lasciandoci sulla destra la deviazione per la Mount Carmel Highway, entriamo
nello Zion Canyon. Le falesie intorno a noi ostentano fantastici colori, che
vanno dal beige al rosa, dall’arancione al rosso, e strada facendo si fanno
sempre più aspre. Circa a metà del percorso asfaltato, in prossimità della
Zion Lodge, dobbiamo però fermarci: da quel
punto in avanti, infatti, in alta stagione, è vietato il transito ai mezzi
privati e bisogna proseguire con
l’ausilio di una navetta (completamente gratuita).
Parcheggiamo
l’auto e, prima di inoltrarci
ulteriormente nel canyon, ci dedichiamo ad una breve passeggiata che prende il
via proprio di fronte alla Zion Lodge. Un trail pavimentato porta, in meno di
mezzora, alle cosiddette Emerald Pools, un luogo delizioso, dove si può
tranquillamente passeggiare sotto ad alcune cascatelle: sottilissimi fili
d’acqua che scendono, scenograficamente, da
una sporgenza della roccia sovrastante. Si potrebbe proseguire col
sentiero fin più in alto, ma ciò non sembra offrire nulla di più
paesaggisticamente, così decidiamo di tornare indietro: ci sono da fare ancora
tante cose in questa giornata e intendiamo utilizzare il tempo a nostra
disposizione nel migliore dei modi.
Saliamo sulla
navetta e scendiamo due fermate più avanti per fare, questa volta, la
passeggiata di Weeping Rock. Il sentiero, breve ma irto, ci porta fin sotto una
parete rocciosa dalla quale scende acqua con un piacevole effetto a
pioggerellina. Osserviamo il fenomeno, senza correre il rischio di bagnarci, da
una rientranza nel fianco della montagna: una sorta di balcone naturale situato
in posizione privilegiata, alle spalle della cascatella, dal quale possiamo
godere anche dello splendido panorama sui rossi picchi dello Zion.
Scesi da
Weeping Rock risaliamo sull’autobus, che ci accompagna fin dove termina il
nastro d’asfalto e parte il Riverside Walk. Camminiamo a lungo su questo
tracciato, di fianco al Virgin River, con le pareti del canyon che, passo dopo
passo, si avvicinano sempre più, e giungiamo ai cosiddetti Narrows (le
strettoie), laddove solo il fiume ha il privilegio di avere un varco fra le
montagne. Da questo punto parte, infatti, un’escursione lunghissima, che si
svolge quasi interamente nell’alveo del fiume le cui acque sono, a dir poco,
gelide. Noi ci accontentiamo di fare qualche foto e una breve sosta …
Federico, invece, si diverte a costruire dighe utilizzando i sassi del torrente,
mentre tutt’intorno numerosi scoiattoli scorazzano simpaticamente alla ricerca
di quel cibo che i turisti, stando alle
ferree regole del parco, non gli possono proprio dare.
Con
negl’occhi ancora gli straordinari paesaggi
di Zion Canyon torniamo all’auto: il
tempo è volato e mezzogiorno è già passato
da quasi un’ora, così, consumato il meritato pranzo, riprendiamo
senza ulteriori indugi il
nostro viaggio.
Usciamo dal parco
verso sud, da Springdale, per rientrarvi nuovamente poco più a nord
seguendo la breve deviazione che ci porta all’accattivante punto panoramico di
Kolob Canyon. Scattiamo alcune foto e poi lasciamo definitivamente i rossi
picchi dello Zion, che non hanno certo deluso le nostre aspettative.
Percorriamo
la Highway numero 15 fino alla cittadina di Cedar e da lì cominciamo a salire
sulle montagne. C’inoltriamo nel verde paesaggio della Dixie National Forest
e, una curva dopo l’altra, raggiungiamo, quindi superiamo i diecimila piedi
(circa tremila metri) di quota, approdando su di un vasto altopiano. Il
paesaggio si fa leggermente ondulato, quasi piatto, e nulla lascia presagire ciò
che invece ci aspetta.
Prima un
cartello, poi un parcheggio con di fianco l’ufficio dei ranger ci fanno capire
che siamo arrivati nel Cedar Breaks National Monument, area protetta istituita
nel 1933 dal presidente Franklin D. Roosevelt.
Lasciamo
l’auto e ci affacciamo dal belvedere di Point Supreme con un’esclamazione di
meraviglia che ci lascia senza fiato: l’altopiano improvvisamente sprofonda in
un anfiteatro eroso dalle intemperie, fra le mille sfumature
del terreno, tinto dagli
ossidi di ferro e manganese, in contrasto col verde del bosco, che ne riveste il
profilo superiore, e il blu intenso del cielo.
A piedi
seguiamo un breve trail, che corre sul bordo del precipizio, e arriviamo, fra
grandiosi scorci panoramici, sino a Spectra Point, dove crescono alcuni
millenari e contorti pini aristati, fra le specie vegetali più longeve del
pianeta, mentre qua e là, nonostante l’estate già inoltrata, ci sono ancora
piccole chiazze di neve. Estasiati dalla vista di tanta bellezza percorriamo,
senza fretta, anche il sentiero di ritorno al parcheggio: abbiamo perso più
tempo del previsto, ma ne è valsa assolutamente la pena.
Il nastro
d’asfalto segue per qualche miglio, a breve distanza, il ciglio di Cedar
Breaks offrendo diversi punti panoramici che non ci lasciamo sfuggire, poi,
imboccando una strada sulla destra che si allontana, ci poniamo alle spalle
anche questo straordinario luogo.
Attraversiamo
verdissimi paesaggi (è incredibile, solo ieri eravamo in pieno deserto!) e
scendendo leggermente di quota arriviamo all’imboccatura della Ut12 Scenic
Byway, a detta di molti la più bella strada degli States. Oggi però ne
percorriamo solo un breve tratto, quello che passa per il Red Canyon, con la
luce del sole, ormai prossimo al tramonto, che ne esalta le calde tonalità …
un’altra meraviglia di questa bellissima giornata. Arriviamo in questo modo a
Rubys Inn, minuscola località situata alle porte del Bryce Canyon National
Park, e lì prendiamo alloggio nell’omonimo Best Western.
Anche questa
sera si è fatto tardi e ceniamo in una pizzeria ben oltre le 21:00, così
appena terminato, in pratica, è anche l’ora
di coricarsi … Abbiamo percorso parecchia strada a piedi fra alcune
delle meraviglie dello Utah e siamo tutti stanchi ma felici, così ben presto ci
ritroviamo nel mondo dei sogni, anche
se, fino ad ora, tutto il viaggio sembra essere un unico, grande sogno.
Sabato 3
Luglio:
Poco dopo le
8:00 siamo già pronti per dedicarci alla
visita di uno dei più noti parchi americani: il Bryce Canyon National
Park, creato nel 1924 allo scopo di preservare, a dispetto del nome, quello che
in realtà non è un canyon, ma un altopiano calcareo eroso dalle forze della
natura. Ciò che gli indiani definivano “rocce rosse in piedi come tanti
uomini …” sono le conformazioni che caratterizzano il luogo: pinnacoli
multicolore che sfidano le leggi di gravità, chiamati “hoodoo”.
Ci troviamo
ad oltre duemila metri di quota e l’aria del primo mattino è decisamente
fresca, perciò coperti più del solito ci avviamo a percorrere il brevissimo
tratto di strada che divide il nostro hotel dall’ingresso del parco e in breve
ci troviamo all’interno di Bryce Canyon, chiamato così in onore di Ebeneezer
Bryce, il primo mormone che vi si stabilì alla fine dell’Ottocento.
Seguendo le
indicazioni arriviamo al parcheggio di Sunset Point e con trepidazione ci
affacciamo sull’incredibile
anfiteatro … il colpo d’occhio è sublime e la marea di guglie
variopinte fa quasi girar la testa.
Camminando
sul bordo del dirupo, accompagnati da splendidi panorami, arriviamo a Sunrise Point e da lì
cominciamo la nostra escursione nel cuore del parco.
Scendiamo
lungo il Queens Garden Trail e, al riparo dalla brezza che soffia nella parte
sommitale delle falesie, la temperatura cambia repentinamente. Alleggeriamo la
tenuta, ci proteggiamo il capo dal sole e ci avventuriamo fra gli hoodoo. E’
straordinario: ad ogni passo cambia lo scenario e di conseguenza siamo costretti
a scattare una foto … accompagnati dagl’immancabili scoiattoli che,
numerosissimi, ci scorazzano tutt’intorno.
Per fortuna
il caldo (al quale eravamo preparati) è sopportabilissimo, così possiamo
goderci appieno la camminata che si sviluppa fra suggestivi e scenografici
passaggi, fino a giungere sul fondo della fantastica voragine.
Risaliamo
lungo il cosiddetto Navajo Trail e proprio nella sua parte conclusiva
percorriamo il tratto più accattivante e sbalorditivo: il sentiero si fa
stretto e s’insinua fra altissimi hoodoo e alcuni alberi, che sembrano voler
sfidare i pinnacoli nel tentativo di conquistare la sospirata luce del sole.
Questo singolare e ardito mondo verticale è stato chiamato “Wall Street”
… e l’accostamento ai vertiginosi grattacieli delle vie newyorchesi sembra
davvero appropriato. Gli ultimi metri del Navajo Trail, che ci riportano in
vetta, sono ripidissimi, ma la bellezza del luogo sopperisce da sola alla fatica
per affrontarli … così, dopo quasi cinque chilometri, è proprio il più
piccolo del gruppo a tagliare idealmente il traguardo di Sunset
Point (gran premio della montagna
di prima categoria!), meritando tutti
gli elogi del caso.
Riguadagnata
l’auto, ormai a mezzogiorno,
partiamo alla scoperta dei vari punti
panoramici disseminati lungo la strada del parco.
Da Inspiration Point possiamo
così osservare lo stupefacente mare
di guglie di Silent City e da Bryce
Point l’intero, incredibile, fantastico anfiteatro di rocce, magistralmente
scolpite da madre natura. Da questo punto in avanti il Bryce Canyon National
Park si allunga verso sud offrendo scorci meno spettacolari ma comunque belli,
come la vista che si può godere da Farview Point, luogo nel quale ci fermiamo
anche a pranzare.
Nel primo
pomeriggio, inoltrandoci ulteriormente nel parco, osserviamo il suggestivo
Natural Bridge e il grande hoodoo che
caratterizza Agua Canyon, quindi, giunti dove termina la strada, a 2700
metri di quota, raggiungiamo a piedi Rainbow e Yovimpa Point, dai quali si
domina letteralmente l’intero paesaggio circostante. Grazie alla limpidezza
dell’aria in questa zona dello Utah e con l’aiuto di un cartello
illustrativo, che ci mostra alcuni punti di riferimento,
ci rendiamo infatti conto che
la vista di fronte a noi spazia ad una
distanza che supera addirittura i trecento chilometri! Il grande west americano non finisce mai di stupirci e allibiti anche per questi
ultimi, incredibili, numeri rientriamo, quando il sole è ancora alto in cielo,
in direzione di Rubys Inn.
Lungo il
tragitto avvistiamo un bellissimo cervide che ci fermiamo ad osservare fin
quando, intimorito dalla nostra presenza, non sparisce nella boscaglia, poi
arriviamo al Best Western dove trascorreremo anche questa nottata.
Non dovendo
percorre altre miglia per chiudere la
tappa e dopo una settimana di viaggio
a dir poco intensa, possiamo così
finalmente concederci qualche ora di relax, per la gioia immensa di Federico
che, in questo modo può fare un bagno nella piscina dell’hotel.
Prima che
faccia sera ci rechiamo a scattare una foto nel vicino Red Canyon e al ritorno
vaghiamo un po’ fra i negozietti di Rubys Inn, quindi, dopo aver cenato, ci
precipitiamo a Sunset Point per vedere il tramonto, ma un grosso nuvolone,
basso sulla linea
dell’orizzonte, ci “rovina” irrimediabilmente
la festa … peccato. Salutiamo così
Bryce Canyon, che resterà per
sempre nei nostri cuori, e ce ne torniamo all’hotel per la notte … inutile
dirlo: un’altra memorabile giornata
è giunta felicemente a conclusione.
Domenica 4
Luglio:
E’ l’Indipendence
Day: festa nazionale che, purtroppo per gli americani, quest’anno cade di
domenica. Per noi in vacanza, invece, è una bella giornata come tutte quelle
che l’hanno preceduta e, speriamo, come quelle che seguiranno. Solo ieri però
abbiamo visto lo straordinario Bryce Canyon ed ora non sarà facile trovare
qualcosa di più bello, ma soprattutto sarà difficile che le piccole cose
riescano a soddisfarci appieno. Nonostante questo, di certo, non disperiamo e
col morale alle stelle lasciamo fiduciosi
Rubys Inn in direzione nord-est, lungo la Route numero 12.
Percorriamo
poche miglia e nei pressi della cittadina di Cannonville deviamo sulla destra
lungo la strada che ci porta al Kodachrome Basin State Park. Il piccolo parco
statale è caratterizzato da fantasiose rocce, vagamente purpuree, levigate
dall’erosione e deve il suo nome al National Geographic Society che, nel 1948,
visti i colori del luogo, lo chiamò così proprio in onore della nota pellicola
fotografica.
Entriamo
nell’area protetta, dove regnano la pace e
la tranquillità più assoluta: sarà forse merito del giorno
iper-festivo, in complicità con l’orario, ma sembriamo proprio essere gli
unici turisti presenti nel parco … e grazie a questo, probabilmente, riusciamo
a vedere alcune grosse lepri e una bella pernice con tutti i piccoli al seguito.
Lasciamo
l’auto e c’incamminiamo lungo il breve Angels Palace Trail che,
inerpicandosi sulle prime alture, ci rende sufficientemente l’idea delle
caratteristiche geologiche e paesaggistiche del luogo, offrendo, a tratti, anche
scorci davvero interessanti.
Riguadagnata
l’auto ci spostiamo poi a breve distanza per affrontare la passeggiata che ci
porta ai piedi del cosiddetto Shakespeare Arch che, piuttosto piccolo e in
ombra, non risulta particolarmente scenografico … Tutto sommato però ci
avviamo a lasciare il Kodachrome Basin soddisfatti per il tempo che abbiamo
voluto dedicargli … ed è già un successo dopo aver visto, solo ieri,
l’inimitabile Bryce Canyon.
Evitiamo di percorrere
le oltre dieci miglia di strada sterrata che portano al Grosvenor Arch e
torniamo a seguire la Highway numero 12, che per un lungo tratto ci dà
l’impressione di viaggiare in una
vasta zona pianeggiante. Ma è proprio un’impressione perché all’improvviso
ci affacciamo, dall’alto, su di una vallata sottostante erosa dal corso di un
fiume in fantastiche forme e colori. Lo scenario si è presentato a sorpresa di
fronte ai nostri occhi, quando assolutamente non ce lo aspettavamo e per questo
lo abbiamo particolarmente gradito.
Procediamo
fra stupendi panorami in quella che, probabilmente, è la parte migliore di Ut
12 Scenic Byway, compresa fra le cittadine di Escalante e Boulder, poi torniamo
a correre fra le rive boscose della Dixie National Forest, saliamo di quota e ci
fermiamo a pranzare in un’area di sosta fra gli alberi.
Quando
riprendiamo il viaggio cominciamo a scendere dalle montagne, sulle
quali si era inerpicata la strada, in direzione di Torrey,
mentre il cielo si è purtroppo riempito di nuvole e questo, probabilmente,
contribuirà a rovinarci in qualche modo il pomeriggio.
Giungiamo al termine
della Route numero 12 e c’immettiamo sulla numero 24 verso est, con la
vegetazione intorno a noi che è sparita nuovamente. Passiamo di fronte al Best
Western Capitol Reef Resort, dove questa sera prenderemo alloggio, ed entriamo
nel Capitol Reef National Park.
Il parco
nazionale protegge una vasta area, che si sviluppa da nord a sud,
caratterizzata, geologicamente, da una lunghissima falla tettonica, che vista
dall’alto, ricordando vagamente nella forma le grandi barriere coralline (reef),
ha ispirato lo strano nome. Nella zona, fra l’altro, pare si trovino le rocce
più rosse di tutto il sud-ovest americano, che non intendiamo certo lasciarci
sfuggire, anche se le strade praticabili dai normali mezzi a quattro ruote
permettono di vedere solo una parte molto limitata del territorio.
Il luogo non
è dotato di alcuna porta d’ingresso, per cui, appena oltrepassato il cartello
che ne definisce il limite occidentale, contornati da bellissime conformazioni
rocciose, deviamo sulla destra per raggiungere il Goosenecks sul Sulphure Creek,
che qui forma due spettacolari anse, ma il sole è latitante e non ci godiamo
appieno il punto panoramico.
Poco più avanti
raggiungiamo la piacevole oasi di
Fruita, improbabile macchia di verde
sulle rive del tumultuoso Fremont River. Qui, nel XIX secolo, s’insediarono i
primi coloni mormoni, che, favoriti dal clima, piantarono diversi alberi da
frutto. I coloni non ci sono più, ma quelle piantagioni, mantenute dai ranger,
esistono ancora e i frutti possono essere raccolti liberamente dai turisti che
lasciano, come compenso, una simbolica somma di denaro all’interno di
un’apposita cassetta (ennesima dimostrazione di civiltà “made in U.S.A”!).
Questa è la stagione delle albicocche e ne raccogliamo una discreta quantità,
per la gioia del piccolo che si risveglia dal tepore nel quale era caduto.
Da Fruita
seguiamo quindi la strada panoramica che s’inoltra nel cuore del parco,
fiancheggiata da stupefacenti falesie, fra le quali spicca la strana
conformazione detta Egyptian Temple. Il nastro d’asfalto termina poco più
avanti, ad una biforcazione da cui partono due piste. Noi percorriamo quella di
sinistra che si addentra nelle suggestive Capitol Gorge, dominate
dall’imponente sagoma del Golden Trone. Al ritorno, invece, poco prima
dell’oasi, deviamo sulla destra lungo lo sterrato che porta all’amena
strettoia di Grand Wash, dove, a quanto pare, trovò a suo tempo rifugio il
famoso fuorilegge Butch Cassidy.
Certo Capitol
Reef, come dice anche la guida, non è il più spettacolare dei parchi
americani, ma ci ha comunque saputo offrire spunti di notevole interesse
paesaggistico, peccato solo che il sole sia mancato all’appello in più di
un’occasione … noi però siamo testardi e cercheremo di rimediare a questa
mancanza, con un po’ di fortuna, domani mattina.
Ci dedichiamo
alla raccolta di un altro po’ di frutta,
osservando fra gli alberi anche un meraviglioso branco di cervi, poi,
visitata la vecchia scuola mormone di Fruita (attiva fino al 1941) e alcuni
interessanti petroglifi indiani nelle vicinanze, ci avviamo verso l’uscita del
parco. Passiamo accanto alla magnifica sfilata di rocce rossastre, ognuna con un
nome (The Castle, Chimney Rock, Twin Rock …) associato alla propria caratteristica,
e arriviamo al Best Western Capitol
Reef per prendere possesso delle
nostre camere.
In serata
usciamo per cena nella vicina cittadina di Torrey, che vista
segnata sulla carta stradale sembrava dovesse essere una metropoli e
invece è piccolissima, paragonabile ad un nostro paesino di campagna. Mentre
siamo a tavola si scatena un temporale … speriamo che si sfoghi e domani il
sole torni a splendere alto in cielo, ad illuminare nel migliore dei modi questa
indimenticabile vacanza.
Lunedì 5
Luglio:
Il cielo sembra
sufficientemente sgombro da nubi quando, ancora assonnati, usciamo dalla
porta della nostra stanza. Dopo colazione, però, mentre
ci accingiamo a fare il previsto, veloce, ripasso di Capitol Reef, il
sole torna a giocare a rimpiattino con le nuvole,
che sono riapparse dal nulla in brevissimo
tempo … ed è una piccola disdetta! La luce, fra l’altro, non è
buona come quella del pomeriggio e dobbiamo accontentarci di scattare
poche altre foto prima di lasciare il parco verso est lungo la Route numero 24.
Anche questa
strada, come la numero 12, è classificata Scenic Byway e a giusta ragione visti
i panorami che offre. Tutto diventa poi ancor
più bello quando il sole riesce, finalmente, a vincere la sua battaglia e torna
ad irradiare di luce il seducente paesaggio che si estende intorno a noi a
perdita d’occhio.
Macinando
miglia in questo ambiente semi-desertico arriviamo nella remota cittadina di
Hanksville, talmente remota che vi si festeggia con un giorno di ritardo anche
l’Indipendence Day. Lo sceriffo locale ci fa segno di fermarci così da permettere
il passaggio lungo la strada principale di un piccolo corteo di carri
allegorici, sui quali si trova, in pratica, l’intera popolazione. Ritrovandoci
in questo modo gli improvvisati e quasi unici spettatori ne
approfittiamo, facendo incetta delle caramelle
che i partecipanti alla sfilata
lanciano a piene mani a chissà chi.
Con Federico
raggiante per l’imprevisto bottino accumulato riprendiamo il nostro
viaggio in direzione nord-est sulla
numero 24 e, giunti circa a metà di un
interminabile rettilineo, deviamo sulla
sinistra seguendo le indicazioni
per il Goblin Valley State Park.
Lungo la
strada che porta al parco un’auto che ci precede, all’uscita di una curva,
sbanda paurosamente, va quasi in testa-coda
ma resta miracolosamente in carreggiata, così col cuore ancora in gola
varchiamo la porta d’accesso alla “Valle dei Folletti”.
Più che una
valle, in realtà, è una depressione del terreno all’interno della quale,
grazie all’azione continua degli agenti atmosferici, si sono venuti a formare
una miriade di pinnacoli, la cui parte
sommatale ricorda vagamente il classico copricapo dei folletti (goblin,
appunto), oppure grossi funghi, com’erano sembrati a tale Arthur Chaffin, il
cow-boy che per caso li scoprì negl’anni venti, battezzando il luogo Mushroom
Valley. Così anche noi possiamo far volare la fantasia alla ricerca della
denominazione più appropriata, a cominciare dalle Three Sisters, la prima
fiabesca conformazione, forse la più rappresentativa, che incontriamo appena
oltrepassato l’ingresso … uno a zero per i goblin.
Il cuore del
parco, invece, è un vero e proprio esercito di folletti, o una fungaia
sterminata nella quale camminiamo, per quasi
un’ora, alla ricerca delle prospettive più accattivanti, assegnando,
nel contempo, quasi equamente i punti di questa surreale disputa. Alla fine, però,
che siano funghi o folletti a prevalere non importa, perché a vincere in realtà
è, come sempre, la natura, che è riuscita a stupirci ancora una volta.
Il cielo
sereno ed il sole quasi allo zenit hanno
fatto nel frattempo schizzare la temperatura verso l’alto e cerchiamo
refrigerio dentro la nostra Chevrolet
mentre lasciamo la stupefacente Goblin Valley
riguadagnando la Highway 24 che poco più a nord s’immette sulla
Interstate numero 70.
Percorriamo
l’autostrada verso est, ci fermiamo a pranzare in un’area di sosta e,
toccato il punto più settentrionale del nostro itinerario, prendiamo a seguire,
verso sud, la Route numero 128, detta anche
Upper Colorado Scenic Byway.
L’incontro
con il mitico Colorado è già di per sé emozionante, in più la strada, scelta
in alternativa alla più breve ed agevole 191, si rivela panoramicissima:
una gradita sorpresa che va oltre le più rosee aspettative.
La vallata si
fa particolarmente interessante subito dopo
la località di Dewey, laddove un
ponte scavalca il leggendario fiume
del far-west. Poco più avanti, sulla sinistra, infatti appare l’imponente
sagoma della Fisher Tower, che spicca nel severo paesaggio roccioso circostante.
Saliamo fino ai suoi piedi, seguendo un breve sterrato, così possiamo goderci
la bellissima vista che, da lassù, abbraccia diverse anse del Colorado River.
La Scenic
Byway prosegue lungo la riva sinistra offrendo notevoli scorci paesaggistici
caratterizzati da rupi rosso-ocra, che si stagliano mirabilmente sull’azzurro
del cielo tappezzato da candide nuvolette che paiono tanti batuffoli d’ovatta.
Arriviamo in questo modo, dove la vallata si apre improvvisamente,
nell’abitato di Moab, che ci vedrà suoi ospiti per le prossime due notti,
alloggiati nel locale Sleep Inn.
Prendiamo
possesso delle nostre camere ancor prima delle 17:00, così ne approfittiamo per
trascorrere un’ora abbondante di relax sui bordi della piscina, prima di
uscire per una passeggiata nel centro di quella che, dopo doversi giorni, ha
finalmente l’aspetto di una vera cittadina.
Ceniamo con
un buon piatto di pasta e chiudiamo una giornata positiva che, nata quasi come
tappa di trasferimento, ci ha saputo offrire, invece, qualche altra magnifica
perla da aggiungere all’album dei ricordi,
che neanche a metà viaggio appare già idealmente pieno di istantanee
virtuali.
Martedì 6
Luglio:
La sveglia è,
come al solito, di buon ora: ci aspetta una giornata intensa e piuttosto
faticosa, con pochi chilometri da percorrere in auto e molti a piedi, in più
c’è l’incognita del caldo, che in questa zona del paese davvero non
scherza.
Lasciamo lo
Sleep Inn seguendo la strada numero 191 in direzione nord, usciamo da Moab e
dopo poche miglia svoltiamo sulla destra per entrare nel celeberrimo Arches
National Park. Istituito già nel 1929 come National Monument ed elevato a parco
nel 1971, preserva una zona dimensionalmente
non vastissima nella quale, però, si trova la più alta concentrazione
al mondo di archi naturali. Qui vento, pioggia, ghiaccio e grandi escursioni
termiche hanno lavorato incessantemente per milioni di anni dando vita ad oltre
duemila archi, di ogni forma e dimensione, che assieme a pinnacoli e incredibili
rocce in bilico creano uno dei più sorprendenti e sontuosi paesaggi del west
americano. Non per niente il luogo è stato scelto, in più di un’occasione,
come set naturale per girarvi alcune sequenze cinematografiche.
Varcata la
porta d’ingresso saliamo a tornanti su di un altopiano e subito si para
davanti ai nostri occhi la prima meraviglia: la sfilata di rocce detta Park
Avenue, che ricorda vagamente la sequenza di palazzi
della nota via newyorchese.
Più avanti, a Courthouse Tower
Viewpoint, incontriamo The Organ,
Tower of Babel, Sheep Rock e
Three Gossip, altre meravigliose formazioni
rocciose. Cosa dire poi dell’incredibile
Balanced Rock che, situata nella parte
centrale del parco, sembra voler sfidare tutte
le leggi di gravità. Pare di essere
… anzi siamo fra le alture di Beep
Beep e Willy il coyote, personaggi dei cartoon le cui avventure sono proprio,
idealmente, ambientate in questi luoghi. La roccia in apparente equilibrio
precario è però controsole e torneremo più tardi a fotografarla, intanto
svoltiamo sulla destra per raggiungere quella zona del parco denominata Window
Section.
Parcheggiamo
l’auto con di fronte a noi l’impressionante arco chiamato North Window. A
piedi lo raggiungiamo, vi passiamo attraverso e saliamo su di una piccola
asperità rocciosa. Da lassù la vista è sublime: a sinistra s’intravede la
South Window mentre al centro, in primo piano, c’è la North Window, oltre la
quale, come su di un grande schermo, si vede il magnifico Turret Arch …
Quest’ultima conformazione,
distante poche centinaia di metri, si trova proprio al centro della scena e
sembra essere stata creata, non per caso,
proprio in quel punto. E’ incredibile la sensazione che si prova di
fronte a tanta bellezza e, personalmente, la gioia immensa di esserne testimone
mi fa quasi commuovere.
Lasciamo
estasiati questa zona del parco e riguadagnando la strada principale arriviamo,
fin dove questa termina, all’ingresso dei cosiddetti Devil’s Garden … e il
nome è tutto un programma, visto che il caldo sta cominciando a farsi sentire.
I “Giardini del Diavolo” altro non sono che una stretta e suggestiva vallata
arsa dal sole e percorsa da un sentiero, lungo quasi un miglio, che non possiamo
proprio esimerci dal seguire, visto che porta al sensazionale
Landscape Arch.
Quando
arriviamo, un po’ accaldati, al suo cospetto non
possiamo far altro che esternare una esclamazione di
meraviglia, anche se dal punto di osservazione in cui è consentito
stare non ci si può rendere perfettamente conto delle dimensioni di
quell’esile “filo” di roccia: una vera e propria opera d’ingegneria
della natura che tradotta in cifre parla di 32 metri di altezza e ben 89 di
lunghezza, la più lunga campata del genere al mondo, assottigliatasi
ulteriormente dopo il parziale crollo del 1991.
Appagati per
aver conquistato l’ennesima meraviglia facciamo ritorno alla nostra auto e
appena ripresa la marcia ci fermiamo per fotografare il pregevole Skyline Arch e
per recarci a vedere, dopo una modesta scarpinata, il piccolo ma suggestivo Sand
Dunes Arch.
Ormai in
tarda mattinata ci avviamo verso la zona del parco dove si trova il famoso Delicate Arch: la conformazione rocciosa simbolo dell’Arches
National Park e dell’intero Utah, raffigurata persino sulle targhe
automobilistiche dello stato! Raggiungeremo però l’arco solo in serata, con
la luce del tramonto, e per il momento ci accontenteremo di vederlo solo da
lontano. A tal proposito prendiamo a salire,
sotto il sole cocente, lungo un
breve ed irto sentiero, ma la stanchezza
comincia a farsi sentire e Federico,
ad un certo punto, probabilmente a
ragione, si rifiuta di continuare, così tutti si fermano, all’ombra di un
rarissimo albero, ad aspettare mentre solo io proseguo fino in vetta per
scattare almeno una foto. E’ stato il piccolo, però, questa volta a fare la
scelta giusta, infatti la fatica è stata tanta e la foto, col soggetto troppo
distante, non all’altezza delle aspettative … poco importa, perché le
bellezze che mi circondano sono tali e tante da farmi dimenticare in fretta lo
sforzo compiuto, soprattutto quando, poco dopo, tornati alla Window
Section, ci rechiamo a vedere da vicino e con la giusta luce lo stupefacente,
incredibile, sbalorditivo Double Arch … solo la fantasia divina poteva
concepire un’opera tale, fiancheggiata
dalla Parade of Elephant: pachidermi di roccia in fila indiana, ideali custodi
dell’unico arco doppio del parco.
Scattiamo una
foto anche alla Balanced Rock, che non è più controsole, e ci avviamo
verso l’uscita quando sono già abbondantemente passate le 13:00 e il
caldo ha sicuramente raggiunto il suo apice.
Ci fermiamo a
pranzare in un’area di sosta sulle rive del Colorado, alle porte di Moab, e
poi rientriamo in hotel. Sfiniti facciamo una doccia ristoratrice e ci
concediamo un po’ di riposo sui nostri
letti, quindi, trascorsa un’oretta abbondante di relax in piscina,
siamo di nuovo operativi.
Alle 18:00 in
punto scatta l’operazione “Delicate Arch”: torniamo entro i confini del
parco e mezzora più tardi siamo pronti per affrontare l’escursione forse più
difficile del viaggio. Fa ancora un discreto caldo e ci aspetta un miglio e
mezzo (2400 metri) di dura salita per arrivare all’arco degl’archi.
Arranchiamo,
imperlati di sudore, lungo il percorso, che nella sua parte centrale si sviluppa
su di un nudo piano roccioso inclinato, la cui pendenza costante non dà un
attimo di respiro. Federico mi fa quasi pena mentre, a lunghi tratti, lo porto
per mano col timore di sentirmi dire che non ce la fa più, ma alla fine
riusciamo a guadagnare la vetta dell’altura.
Percorriamo un breve tratto di sentiero pianeggiante, aggirando uno
scenografico costone roccioso, e arriviamo in una sorta di anfiteatro dove si
trova, come al centro di un palcoscenico, l’incantevole Delicate Arch, che si
staglia mirabilmente sul grandioso panorama retrostante, a cui è affidato il
ruolo di inimitabile quinta naturale.
Prendiamo il
nostro posto in “gradinata” assieme a tanta altra gente che, in religioso
silenzio, sta aspettando la calda luce del tramonto. Nell’attesa
mi reco, in compagnia del nonno e di Federico,
prima sotto all’arco per ammirarne da vicino le straordinarie fattezze poi sulle rocce circostanti
alla ricerca di suggestive inquadrature, alla fine, però, torniamo ai nostri posti per goderci lo spettacolo.
Col
trascorrere dei minuti le rocce diventano sempre più rosse e, ad un certo
punto, l’arco sembra brillare di luce propria sullo sfondo del cielo terso
alle sue spalle. La scena è straordinariamente bella ed
emozionante, ma poi l’ombra
prende inesorabilmente il sopravvento e,
a malincuore, dobbiamo riprendere la
via del ritorno, anche perché rischiamo di farci sorprendere dall’oscurità.
Lungo la
discesa incontriamo numerose persone che ancora salgono, chissà dove andranno
… lo spettacolo per oggi è chiaramente terminato! Un po’ di show lo offre
invece la nonna, che decide di saggiare la durezza del suolo americano e cade
… nulla di grave, per fortuna.
Arriviamo al
parcheggio con il sole che, appena tramontato,
infiamma ancora le poche nuvole sparse
in cielo … siamo stanchi ma felicissimi di aver visto il meraviglioso Delicate
Arch. Rientriamo così di buon umore a Moab, mentre il buio è già sceso a
coprire ogni cosa: ci fermiamo a mangiare un gelato per cena e subito dopo
corriamo in hotel a consumare la meritata notte di riposo, con la mente ancora rivolta
all’inimitabile Arches National Park.
Mercoledì
7 Luglio:
Siamo giunti
a metà di questo strepitoso viaggio e credo ormai di avere esaurito tutti gli
aggettivi per descriverne le bellezze,
ma non importa, vuol dire che mi “rassegnerò” ad essere ripetitivo.
Lasciamo la
nostra stanza mentre apprendiamo dalle previsioni del tempo locali che
l’umidità dell’aria è pari all’undici per cento … e la nostra cara
Pianura Padana ci sembra sempre più lontana.
Nei pressi di
Moab si trova, oltre all’Arches, un altro parco nazionale, quello di
Canyonlands. Per questo motivo partiamo, con tutti i bagagli al seguito, di
nuovo in direzione nord lungo la Route 191. Ci lasciamo sulla destra
l’ingresso di Arches e proseguiamo ancora qualche miglio per poi deviare sulla
sinistra seguendo le indicazioni. Prendiamo a salire sulle alture e procediamo
tranquilli fino a quando non ci accorgiamo di avere poca benzina per inoltrarci
nel parco … non abbiamo altra scelta: dobbiamo invertire la rotta e tornare a
Moab, perdendo in questo modo parecchio tempo prezioso. Fortuna vuole, invece,
che vi sia un’area di servizio poco oltre l’incrocio con la numero 191 e ciò
ci permette di risolvere il problema in meno di un quarto d’ora.
Col pieno di
carburante riprendiamo così la strada per Canyonlands. Prima di entrare nel
parco nazionale effettuiamo però la piccola
deviazione che ci porta al Dead Horse
Point State Park.
Il minuscolo parco
statale si estende su di alcune falesie che sovrastano il corso del
Colorado e su di una in particolare: una
sorta di promontorio, la cui
parte più stretta, paragonabile ad un istmo, non supera
i cento piedi (circa trecento metri) di larghezza.
Ai tempi del
far-west i cow-boys usavano intrappolare qui le mandrie di
cavalli selvatici per catturare facilmente gli esemplari migliori, mentre
gli altri, lasciati liberi, normalmente se ne andavano. Un giorno, però, capitò
inspiegabilmente che non trovarono la via d’uscita e lì morirono di sete …
Rinvenuti i resti dei malcapitati il luogo prese lo strano nome che ancora oggi
porta: Dead Horse Point (Punto del cavallo morto).
Certo è una
bella beffa morire di sete osservando il fiume che scorre, ma si trova seicento
metri più in basso ed è praticamente
irraggiungibile. Per noi, invece, il grandioso panorama sulle placide
anse del Colorado è fonte di altre straordinarie
emozioni, peccato solo che, nel
frattempo, Federico metta fuori uso la seconda macchina
fotografica di questo viaggio (prima la sua ed ora quella che gli aveva
prestato il nonno) e scoppi una piccola tragedia … Alla fine gliene compro una
“usa e getta”, al centro visitatori, con la speranza che non faccia la
stessa fine!
Archiviata
questa piccola disavventura riprendiamo la strada principale ed entriamo nel
Canyonland National Park, vastissima area protetta, istituita nel 1964, alla
confluenza fra il Colorado ed il Green River, che sulla carta geografica
disegnano una “Y” individuando tre aree ben precise e distinte: a nord
Island in the Sky, dove ci troviamo, a sud-ovest The Maze, accessibile solo
ai mezzi fuoristrada, e a sud-est The Needles, dove andremo nel
pomeriggio.
Island in the
Sky (l’isola nel cielo) merita il nome che porta essendo un altopiano
delimitato dai due fiumi che scorrono ben duecento piedi più in basso. La
caratteristica principale di questa zona sono quindi gli ampi panorami, che si
possono osservare dagli overlook disseminati lungo il bordo delle falesie, oggi
però c’è il sole ma anche una densa foschia che ne sminuisce un po’ la
spettacolarità.
Percorriamo
tutta la strada asfaltata lungo la quale appaiono
particolarmente accattivanti le viste che si godono dai punti panoramici
di Green River, Buck Canyon e
Grand View, con quest’ultimo più penalizzato dalla mancanza di
visibilità a causa della sua vastità … peccato. La cosa più bella alla fine
risulta così essere il Mesa Arch, che raggiungiamo con un breve trail e che,
ubicato in primo piano sul bordo del precipizio, incornicia mirabilmente
il maestoso paesaggio retrostante.
Un po’ per
colpa della foschia, un po’ per avere ancora negl’occhi le
meraviglie di Arches lasciamo Island
in the Sky non completamente
soddisfatti, ma non drammatizziamo e
continuiamo più che fiduciosi il nostro
itinerario.
Rientrando
verso Moab ci fermiamo a pranzare, come ieri, sulle rive del Colorado e mentre
cammino col telefono cellulare in mano alla ricerca
del segnale mi procuro una distorsione alla caviglia destra … nulla di
preoccupante, ma stavo meglio prima … fra l’altro ora faccio il paio col
nonno che ha male all’altro piede, il sinistro.
Convinti
oramai di vivere quella che certo non sarà la miglior giornata del viaggio
torniamo a seguire, questa volta verso sud, la Route numero 191. Incontriamo così
l’interessante Wilson Arch, poi, in corrispondenza
della strana Church Rock, deviamo a destra per raggiungere The Needles,
la parte sud-orientale di Canyonland.
Prima di
rientrare nel parco, però, ci fermiamo ad ammirare anche la straordinaria
Newspaper Rock, che i Navajo chiamavano “la roccia che racconta storie”: un
eccezionale concentrato di petroglifi in ottimo stato di conservazione
incisi, nell’arco
di due millenni, dagli indiani Anasazi. Il sito ha sicuramente meritato
la sosta e, trovandosi proprio sulla strada per Canyonlands non ci ha fatto
certo perdere tempo, poco dopo, infatti, varchiamo la porta d’ingresso
a The Needles.
In questa
zona, al contrario di Island in the Sky,
siamo sul fondo del canyon e prima di
tutto ci rechiamo, seguendo un breve
sterrato, a Cave Spring, laddove in una cavità
della roccia, ancora arredata con mobili scalcagnati, hanno vissuto fino
al 1975 alcuni autentici, rozzi cow-boys. Imbocchiamo quindi la pista che
s’insinua, fra belle formazioni rocciose, verso le cosiddette alture di
Elephant Hill e giunti, dopo qualche miglio,
ad un’area di sosta torniamo
indietro perché il tracciato
si fa impraticabile e riservato ai soli
mezzi fuoristrada. Intravisto, in lontananza,
lo stranissimo Wooden
Shoe Arch (che assomiglia ad un’enorme scarpa) raggiungiamo, infine,
Big Spring Canyon Overlook, fra suggestivi pinnacoli rocciosi che assomigliano
vagamente a tanti funghi.
Terminata la
visita a Canyonlads attraversiamo le asperità montuose della Manti - La Sal
National Forest e, giunti
nel paese di Monticello, imbocchiamo
la Strada numero 666, che dopo poche decine
di miglia lascia lo Utah per entrare nello stato del Colorado. Il
paesaggio cambia radicalmente con incredibile rapidità: non più arido ma
verdissimo e con campi coltivati a perdita d’occhio, non più disabitato ma
con ridenti fattorie sparse ovunque. Arriviamo così nella cittadina di Cortez,
dove prendiamo alloggio al Best Western Sands.
Per cena
riusciamo a trovare un buon piatto di pasta
(all’italiana!) … meno buone sono, invece, le condizioni della mia
caviglia, che si è visibilmente gonfiata e mi dà qualche fastidio, cerco però
di non attribuirgli importanza e di pensare, soprattutto, a quanto di bello
abbiamo ancora da vedere in questo viaggio negli States.
Giovedì 8
Luglio:
Dopo qualche
giorno di caldo intenso questa mattina, invece, fa piuttosto fresco e in cielo
c’è anche qualche nuvola di troppo.
Lasciamo
Cortez verso est, seguendo la Route 160, e dopo poche miglia svoltiamo sulla
destra per entrare nel Mesa Verde National
Park che, istituito quasi cento anni fa, nel 1906, è entrato a far
parte, nel 1978, anche del patrimonio mondiale dell’umanità, sotto l’egida
dell’Unesco. Battezzato dagli spagnoli “l’altopiano verdeggiante”, il
parco domina tutto il sud-ovest del Colorado da seicento metri d’altezza ed
entro i suoi confini, spesso nascosti fra i canyon, si trovano alcuni fra i più
spettacolari e meglio
conservati esempi di antichi
villaggi indiani Anasazi. La tribù
s’insediò a Mesa Verde già nel VI secolo d.C. e, inizialmente nomade,
crebbe velocemente con l’introduzione dell’agricoltura e della pastorizia.
Intorno al 1200, per ragioni oscure, gl’insediamenti si trasferirono
dall’altopiano ai canyon e alla fine del XIII secolo l’intera civiltà
Anasazi, per motivi misteriosi, scomparve dai territori, così l’esistenza dei
villaggi si perse nella memoria dei tempi, fino alla più classica delle
scoperte casuali ad opera di alcuni cow-boys.
Oltrepassata
la porta di accesso al parco cominciamo a salire, un tornante dopo l’altro,
sull’altopiano che, a dispetto del nome, è più nero che verde, devastato,
non molto tempo fa, da un vastissimo incendio
… Per fortuna, però, le pietre non bruciano e almeno le rovine dei villaggi indiani dovrebbero essersi salvate!
Arriviamo al
centro visitatori e prenotiamo le visite (purtroppo solo guidate) ai due siti
archeologici più importanti: scenderemo così
alle 10:00 a Balcony House e alle 12:00 a Cliff Palace.
Ci avviamo
lungo la strada che segue il bordo di una forra rocciosa e ci fermiamo nel punto
in cui parte il sentiero che conduce al primo dei due insediamenti. Lì troviamo
ad aspettarci il ranger incaricato di accompagnarci nella visita e alla 10:00 in
punto cominciamo a scendere lungo la parete del canyon. In breve ci ritroviamo,
in una rientranza delle falesie, fra le suggestive rovine di Balcony House.
Saliamo e scendiamo da vertiginose scalette, di legno o scavate nella roccia,
affrontiamo angusti passaggi (anche in ginocchio) e il piccolo si diverte
tantissimo (meno Sabrina che ha paura del vuoto) … peccato solo che, a causa
del nostro pessimo inglese, non riusciamo a capire le spiegazioni della guida
… Lui invece intuisce che siamo stranieri e al termine della visita regala un
distintivo da ranger a Federico, il quale, sprizzando gioia da tutti i pori,
immediatamente se lo punta con orgoglio sul petto.
Riguadagnata
l’auto ci spostiamo, di poche centinaia di metri, nel punto di partenza per
Cliff Palace e scendiamo, fin sul bordo del canyon, al punto di ritrovo. Già da
lì si ha una splendida prospettiva del sito: il più famoso e suggestivo del
parco, che, abbarbicato in un’ampia cavità rocciosa sotto il bordo della
falesia, è composto da oltre duecento stanze e risulta essere la più vasta
costruzione trogloditica di tutto il nord-america.
Anche questa
volta ci avviamo puntuali, in compagnia di una ranger, alla scoperta delle
rovine e vaghiamo per quasi un’ora fra le antiche pietre, che formano le
abitazioni e gli enigmatici “kivas”
(locali circolari e sotterranei nei quali si svolgevano i riti religiosi).
Risaliamo percorrendo stretti e ripidi passaggi
e, riconquistata la sommità dell’altopiano, ci mettiamo alla ricerca
di un luogo nel quale consumare il nostro
solito, veloce pranzo a base di
sandwich … e in men che non si dica siamo pronti a riprendere la visita.
Ci fermiamo a
vedere il sito di Spruce Tree House, solo dall’alto però, nonostante le
rimostranze di Federico che, galvanizzato dalle esplorazioni della mattinata,
ora vorrebbe intrufolarsi in ogni dove, poi seguiamo il nastro d’asfalto
denominato Mesa Top Loop Road, lungo il quale possiamo osservare, soprattutto,
il punto panoramico sull’interessante Square Tower House e il Sun Point
Overlook, dal quale si vede in lontananza, sull’altro lato del canyon,
l’impareggiabile Cliff Palace. Concludiamo, infine, la visita al Mesa Verde
National Park con una veloce carrellata dei siti minori, dislocati un po’
ovunque lungo la strada che torna al visitor centre.
Usciti dal
parco e passati nuovamente da Cortez, percorriamo la Highway numero 160 verso
sud-ovest fino ad entrare in terra Navajo, mentre il paesaggio torna ad essere
arido e semidesertico.
La più vasta
riserva indiana degli States è quasi una nazione, con una propria legislazione
e con forze di polizia autonome … addirittura con un proprio fuso orario, e si
estende più che altro nella parte nord-orientale
dell’Arizona, ma tocca, con le sue propaggini, altri tre stati. Il caso
vuole che ci sia un punto (l’unico del genere negli Stati Uniti, ma non me ne
vengono in mente altri nel mondo) nel quale questi quattro stati si toccano: è
il Four Corner, dove arriviamo circa a metà del pomeriggio. Gli indiani hanno,
giustamente, pensato di sfruttare economicamente il luogo, così, pagato
il biglietto d’ingresso, possiamo fare le foto di rito laddove, in mezzo al
nulla, Colorado, New Mexico, Utah e Arizona s’incontrano,
poi, dopo un’occhiata alle bancarelle
Navajo che si trovano tutt’intorno,
riprendiamo la nostra strada.
Viaggiamo per
un buon tratto in Arizona, poi entriamo
nuovamente nello Utah e in meno di due ore, lasciandoci alle spalle
la nazione Navajo, raggiungiamo la
cittadina di Blanding, dove passeremo
la notte.
Prendiamo alloggio
al Best Western Gateway Inn e
concludiamo questa
interessante giornata, di visite a tema leggermente diverso dal solito,
in una Steakhouse, pasteggiando con una deliziosa bistecca americana.
Venerdì 9
Luglio:
Stando alle
previsioni non dovrebbe essere una giornata eccezionale dal punto di vista
meteorologico, infatti già dalle prime ore del mattino alcune nuvole alte e
sottili offuscano leggermente il sole, ma non disperiamo e contiamo sul fatto
che migliori.
Partiamo poco
dopo le 8:00, come al solito, imboccando la Route numero 95 in direzione ovest e
dopo circa quaranta miglia entriamo nel Natural Bridge National Monument. Il
piccolo parco, nato nel 1909 grazie al presidente Roosevelt e al precedente
interessamento del National Geographic, si estende in una zona solcata da alcuni
corsi d’acqua, che facendosi strada fra le rocce hanno formato, col tempo,
alcuni suggestivi ponti naturali. Una strada a senso unico corre lungo il bordo
di un canyon alla cui base si trovano queste incredibili opere d’ingegneria
della natura.
Il primo
ponte che incontriamo è il Sipapu Bridge, situato a scavalcare l’alveo del
fiume, sul fondo della forra, ad almeno 150 metri di dislivello sotto il nostro
attuale punto di osservazione. Un irto sentiero, sul quale proviamo ad
avventurarci, lo raggiunge, ma superati alcuni suggestivi passaggi e giunti
circa a metà cammino ci rendiamo conto che non vale la pena continuare perché,
comunque, la visuale non migliorerebbe, così ci accontentiamo di scattare una
foto da lontano e poi torniamo sui nostri passi.
Più avanti,
seguendo il percorso asfaltato che fa il giro del parco, incontriamo il Kachina
Bridge che, essendo il meno scenografico e il più distante (oltre due
chilometri), ci accontentiamo di vedere dal
parcheggio panoramico.
Il terzo e
ultimo ponte naturale è l’Owachomo, che
andiamo a vedere scendendo lungo il
breve sentiero che giunge fino alla sua base. La luce è buona e il
cielo finalmente azzurro, così ce lo godiamo da tutte le angolazioni
camminando nell’alveo del fiume, che in questa stagione è completamente in
secca.
Anche la
visita al Natural Bridge National Monument, tutto sommato, è stata positiva e,
usciti dal parco, riprendiamo il nostro viaggio imboccando la Strada numero 261
che corre verso sud solcando quello che sembra essere un vasto altopiano. Ad un
certo punto svoltiamo sulla destra lungo uno sterrato che, seppur privo di
indicazioni, dovrebbe portarci a Muley Point. Infatti, dopo una manciata di
miglia, arriviamo ad un piazzale dove lasciamo l’auto: facciamo pochi passi e
di fronte a noi si apre una vista a dir poco mozzafiato. Il panorama è
vastissimo e domina il fantastico scenario
roccioso disegnato dalle anse del San Juan River, con in lontananza
gl’inconfondibili picchi della Monument Valley … Ci si sente come sul tetto
del mondo, peccato solo che la giornata non sia perfetta dal punto di vista
meteorologico, con troppe nuvole e un po’ di foschia.
Non è facile
lasciare Muley Point, ma dobbiamo farlo e una volta riguadagnata la Route 261
scendiamo nella vallata sottostante percorrendo il vertiginoso Moki Dugway, un
tratto di strada non pavimentato e tortuosissimo che digrada rapidamente
avvinghiato alle pareti di quello che sembra essere un enorme scalino geologico.
Al termine
della discesa riappare l’asfalto e poco dopo incontriamo le indicazioni che ci
portano al minuscolo Goosenecks State Park mentre purtroppo
le nuvole sono aumentate ed ora sono
molto più numerose degli
sprazzi di sereno. Il parco statale, poco più
grande di un parcheggio, è un magnifico punto panoramico che si affaccia su di
alcune serpeggianti e spettacolari anse del San Juan River. Decidiamo di
fermarci lì a pranzare, con la speranza che, nel frattempo, le condizioni meteo
migliorino … invece succede tutto il contrario e quando ci rimettiamo in
marcia il cielo è quasi completamente coperto di nubi.
L’ultimo
raggio di sole ci viene concesso per fotografare la curiosa Mexican Hut Rock,
nei pressi dell’omonimo centro abitato, poi rientriamo in terra Navajo e
mentre viaggiamo sulla mitica Route 163 verso la Monument Valley, uno dei luoghi
più suggestivi d’America, il cielo si fa completamente grigio … Che
disdetta: il morale finisce all’improvviso sotto ai tacchi e mi lascio
sfuggire qualche imprecazione allorquando, di fianco a noi, sfilano quei
leggendari picchi, sempre visti in fotografia sullo sfondo di cieli tersi, oggi,
nel grigiore più assoluto. Non ci sfiora neanche l’idea di entrare nel parco
e proseguiamo fino alla cittadina di Kayenta, dove siamo alloggiati all’Holiday
Inn, nella speranza di poter fare la visita domani mattina con il sole e con la
certezza di perdere, comunque, uno dei più classici e spettacolari tramonti del
far-west.
Ironia della
sorte a Kayenta filtra ancora qualche raggio di sole, così ci concediamo un
po’ di relax sui bordi della piscina, fino a quando, anche lì, le nuvole non
prendono il sopravvento, allora si alza un forte vento e la sabbia comincia a
volare ovunque, con la visibilità che si riduce a poche centinaia di metri. Ci
ritiriamo in camera confidando nella buona sorte e quando usciamo per cena
notiamo ad ovest un beneaugurate squarcio di cielo azzurro … speriamo che si
allarghi, lasciando il posto ad una mattinata limpida … e con quest’idea in
testa mettiamo la parola fine su di una giornata non certo brutta, ma piuttosto
travagliata.
Sabato 10
Luglio:
Sole!!! …
C’è il sole! … e carichi di nuovo entusiasmo partiamo per visitare,
finalmente, la Monument Valley! Già lungo il tragitto che precede il luogo
tutto ci sembra più bello, inondato com’è dalla luce che ne esalta e ravviva
i colori, poi quando arriviamo su di un tratto di strada rettilineo, con
l’orizzonte caratterizzato da quegl’inconfondibili pinnacoli, ci balza alla
mente la scena di un famoso film (Forrest Gump), che qui è stato girato … ma
è solo uno dei tanti! La fama del luogo è, infatti, indissolubilmente legata a
quella di Hollywood, visto l’altissimo numero di pellicole che vi sono state
ambientate, soprattutto film western come “Ombre rosse” o “Il massacro di Fort
Apache”, pietre miliari di questo genere, dirette dal celeberrimo John
Ford ed interpretate dal mitico
John Wayne.
Alle 9:00 in punto
siamo di fronte alla porta d’ingresso
della Monument Valley, che trovandosi all’interno
di una riserva indiana non è
un parco nazionale bensì un Navajo
Tribal Park, mantenuto e
gestito esclusivamente dai pellerossa,
che ne sono i legittimi proprietari (alcuni
addirittura vi abitano).
Quella che,
non avendone le caratteristiche, viene
chiamata impropriamente valle si visita
mediante uno sterrato, che tocca tutti
i punti di maggiore interesse e che anche
noi, ovviamente, ci apprestiamo
a percorrere.
Appena entrati
si parano davanti ai nostri occhi
le famosissime conformazioni
rocciose chiamate
East, West e Merrick
Butte: semplicemente fantastiche,
ma sono controsole e
le fotograferemo al ritorno, quando ci fermeremo con la giusta luce anche
al John Ford’s Point. Per il momento osserviamo le scenografiche Three Sisters,
con un somarello in primo piano che
sembra essere stato messo
lì apposta, a brucare
le sparute sterpaglie che crescono,
eroicamente, in una terra rossa come
il fuoco.
Arrivati ad
una biforcazione seguiamo il tracciato sulla destra, che si fa a senso unico, e
c’inoltriamo nel cuore della
Monument Valley, fra scenari di grande suggestione e d’incommensurabile
bellezza, fino a raggiungere il cosiddetto Artist’s Point, dove la vista
sull’immensa, coloratissima, distesa sabbiosa e i maestosi monoliti riesce
quasi a togliere il fiato. Che cosa dire poi della North Window e della sua
incantevole prospettiva con la strana roccia chiamata The Thumb (il pollice),
nelle vicinanze, a
caratterizzare un altro splendido
scorcio panoramico.
Dopo due ore
di entusiasmante visita chiudiamo il cerchio e arriviamo al John Ford’s Point:
la vista anche da qui è sublime, con in primo piano la rupe, destinata
all’eroe e al suo destriero, che domina il
meraviglioso caos di picchi
rocciosi retrostante … Per un dollaro, sul posto, c’è anche un indiano che offre
la possibilità di scattare una foto, su questo incredibile sfondo, in
groppa ad un docile cavallo, e Federico ma
soprattutto il nonno (appassionato
di film western) ne approfittano
e non se la lasciano sfuggire.
La mattinata
è letteralmente volata via e lungo la strada
che conduce all’uscita siamo continuamente fermi a scattar fotografie:
la Monument Valley è proprio uno dei luoghi più fotogenici del pianeta e
l’indice della mano destra ormai è rovente.
Non riusciamo proprio ad andarcene: ora, con
la giusta luce, i tre Butte visti dal
centro visitatori sono
straordinari, manca
solo la diligenza che corre all’impazzata
inseguita dagl’indiani e il quadro è completo!
Intorno alle
13:00 usciamo dal parco e ci fermiamo a pranzare in un’area attrezzata attigua
al visitor centre, poi, a malincuore, lasciamo
questo magnifico luogo … e tante
grazie a Manitù, o chicchessia, per la bellissima mattinata.
Transitiamo
nuovamente da Kayenta, dove vediamo un singolare incidente (proprio sulla
strada principale dell’abitato giace a terra, privo di vita, un asino,
forse travolto da un camion), poi ci lasciamo sulla destra la deviazione per il
Navajo National Monument di Betatakin, che abbiamo dovuto tralasciare per
vedere, questa mattina, la Monument Valley, e dopo aver percorso oltre duecento
chilometri in territorio indiano arriviamo, poco oltre il suo confine
nord-occidentale, nella cittadina di Page.
Lasciamo le
valige in camera al Best Western at Lake Powell e ci rechiamo a vedere proprio
il Lake Powell: enorme lago artificiale, che si estende fra gli stati dello Utah
e dell’Arizona, formatosi in seguito alla costruzione, negl’anni cinquanta,
della Glen Canyon Dam, la diga che sbarra il
corso del fiume Colorado.
Il bacino
impiegò ben diciassette anni a riempirsi
e, conteggiando le sue innumerevoli
ramificazioni, ha uno sviluppo
costiero di ben 3150
chilometri … gli americani fan sempre le cose in grande!
Oltrepassata
la diga entriamo nella Glen Canyon National Recreation Area (anche qui serve il
Golden Eagle Pass, che è una vera e propria manna) e prendiamo a seguire le
rive del lago, che con le loro calde tonalità contrastano
magnificamente con l’azzurro
intenso dell’acqua. Arriviamo così
alla Wahweap Marina, da dove salpano quasi tutte le imbarcazioni
che solcano la parte
meridionale del grande bacino
lacustre: siamo alla ricerca della compagnia che effettua le gite sul lago, così
da prendere informazioni circa quella che raggiunge il celeberrimo Rainbow
Bridge, ma non la troviamo. Allora torniamo a
Page e lì, tramite un’agenzia, prenotiamo la salatissima escursione
(circa cento dollari a testa!) per domani alle 12:00 … speriamo solo ne sia
valsa la pena.
Trascorriamo
un po’ di tempo in piscina, con Federico galvanizzato dalla presenza della
vasca idromassaggio, e in serata consumiamo una buona cena da Denny’s,
concludendo così una giornata che entrerà, a pieno merito, nella hit-parade
dei nostri ricordi.
Domenica
11 Luglio:
Page come
Kayenta, da dove proveniamo, si trova in Arizona, ma Kayenta, in terra Navajo,
adotta l’ora legale e l’Arizona no, così, sistemate le lancette
dell’orologio più indietro, usufruiamo di una piacevole ora di sonno in più.
Dopo
colazione torniamo però entro i confini della riserva, ci spostiamo,
infatti, di poche miglia fuori Page al punto di
partenza per l’escursione all’Antelope
Canyon.
Paghiamo il
biglietto, che da accesso al luogo, agl’indiani presenti sul posto e poco dopo
ci troviamo a sedere nel cassone di un autocarro predisposto per il trasporto
dei turisti, in compagnia di quattro tedeschi, a correre sul letto di un
torrente in secca. Il polveroso viaggio dura non più di dieci minuti, fin
quando arriviamo nel punto il cui l’alveo, improvvisamente, sembra ostruito da
uno spesso strato roccioso … e
invece non lo è. Lì ci fermiamo perché solamente a piedi si può accedere
all’incredibile Antelope Canyon, che,
scoperto casualmente nel 1931 da una pastorella Navajo,
è una “sciabolata nell’arenaria”, o meglio, una fessura lunga
duecento metri e larga due scavata magistralmente, nei periodi di pioggia, dal
flusso delle acque.
Cominciamo ad
inoltrarci nella forra con
l’autista, munito di torcia,
che ci precede a controllare
il fondo sabbioso del canyon nel
quale potrebbe anche nascondersi una
tarantola, che ama questo tipo di ambiente. Sarebbe meglio effettuare la visita
nelle ore centrali della giornata, con la luce
del sole quasi allo zenit, ma abbiamo l’appuntamento con la barca sul Lago
Powell e dobbiamo accontentarci … se quanto stiamo vedendo vuol dire
accontentarsi. Non riusciamo ad immaginarci come sia il luogo a mezzogiorno, ma
già a quest’ora è strepitoso! Restiamo immersi per una buona mezzora in un
mondo surreale fatto di rocce contorte, striate e levigate … gialli, rossi,
ocra … pennellate di colore senza un senso logico … onde di arenaria che
sembrano foulard mossi dal vento … tutto sembra un sogno, una fantastica
allucinazione, e invece è realtà!
Quando
torniamo all’aria aperta, sotto al cielo terso dell’Arizona, ancora non
riusciamo a credere che possa esistere in natura qualcosa del genere e allibiti,
con la mente ancora annebbiata dai “fumi” dell’Antelope Canyon, torniamo a
sedere su quello sconquassato automezzo che
ci riporta, in balia del tracciato sconnesso, al punto di partenza.
Riguadagnata
la nostra auto torniamo in direzione di Page, oltrepassiamo la cittadina e
giungiamo, in perfetto orario, alla Wahweap Marina, da dove salperemo alla volta
del Rainbow Bridge.
Ci consegnano
un triste cestino con dentro il pranzo e, qualche minuto dopo le 12:00,
prendiamo il largo sulle placide acque del Lake Powell il cui livello,
abbondantemente sotto lo standard, creando alcune secche, ci obbliga a seguire
una rotta più lunga e i chilometri da percorrere
saranno certamente di più dei normali ottanta.
Nella parte
iniziale la vista, racchiusa entro le rive piuttosto ravvicinate, è bella ma
non eccezionale, poi quando il lago si apre il paesaggio si fa maestoso e contornato
da fantasiosi picchi, che sembrano
emergere da quel fluido verdazzurro sul quale la nostra barca
scivola placidamente. Già, in questo
viaggio, avevamo visto splendidi
scenari di terra e cielo … ora si è aggiunta anche l’acqua e la
sinfonia degli elementi è sublime … manca solo il fuoco, ma probabilmente è
stato all’origine di tutto questo.
Viaggiamo per
quasi tre ore, mentre scorrono ai lati dell’imbarcazione, come fossero tanti
fotogrammi di un documentario, le incantevoli sponde del lago, quindi, ad un
certo punto, imbocchiamo, sulla destra, il canyon che porta al Rainbow Bridge.
La barca ora
scorre lentamente fra due alte e contorte pareti di roccia, risalendo una sorta
di fiordo strettissimo e sinuoso … L’intero contesto sembra irreale,
costruito apposta per stupire, e invece è tutto incredibilmente vero!
Giungiamo fin
dove la quantità d’acqua lo permette, poi attracchiamo e scendiamo a terra
percorrendo un lungo pontile, mentre non possiamo fare a meno di notare
gli enormi pesci che si
aggirano nelle acque del lago, accorsi in
gran quantità al nostro arrivo.
Il Rainbow Bridge,
dichiarato monumento nazionale
nel 1910, è un gigantesco arco naturale di pietra alto ottantatré metri e, a
detta del ranger presente sul posto, sei anni or sono si raggiungeva
praticamente in barca. Il livello del lago, nel frattempo, è però sceso di
oltre trenta metri e oggi, per vederlo, bisogna camminare, fra andata e ritorno,
quasi un’ora.
Il sole da
queste parti non scherza così, muniti di uno spruzzino per bagnarci offerto dai
rangers, c’incamminiamo nell’allucinante calura pomeridiana e, faticando
forse meno del previsto, giungiamo al cospetto di quella strabiliante opera
della natura. Il “Ponte arcobaleno” ha una forma così perfetta da sembrare
il frutto di un progetto ben preciso, e, immersi nel silenzio della vallata,
restiamo incantati ad osservare l’operato di
quell’architetto divino. Rainbow
Bridge è un luogo carico di misticismo
e addirittura sacro per il
popolo Navajo, infatti, proprio per questo motivo, non ci si può passare
attraverso, ma non serve farlo:
si può osservare l’arco dalla giusta distanza rispettando così le tradizioni
indiane.
Tornati
all’imbarcazione, nell’attesa di riprendere il largo, soffermiamo la nostra
attenzione sulla solita, impeccabile, organizzazione americana: il blocco dei
servizi igienici (che non manca mai!) è posto su di una zattera che viene
spostata in relazione al livello dell’acqua … è a dir poco ingegnoso!
Il ritorno,
seppur di tre ore come l’andata, è sublime, attraverso quei meravigliosi
paesaggi nella calda luce del tardo pomeriggio e senza quasi rendercene conto ci
ritroviamo a Wahweap Marina.
Estasiati,
per l’eccezionale esito della giornata, facciamo rientro al Best Western e ci
prepariamo ad uscire per cena … La serata trascorre tranquilla e ben presto ci
ritiriamo in camera: domani torneremo in terra
Navajo e questa volta l’ora di sonno ci verrà a mancare … A non
mancare mai sono invece le straordinarie sensazioni che questi luoghi,
quotidianamente, ci offrono.
Lunedì 12
Luglio:
Dopo la sosta
di due notti a Page siamo di nuovo pronti a partire con tutti i bagagli al
seguito. Prima di lasciare definitivamente la
camera ci rechiamo però a vedere le ultime cose nei dintorni.
Ci fermiamo a
fotografare, con la giusta luce la Glen Canyon Dam, poi, seguendo per alcune
miglia la Highway 89, giungiamo ad un parcheggio dal quale parte un sentiero che
in circa un chilometro porta al cosiddetto Horseshoe Bend.
Il punto
panoramico denominato “La curva a ferro di cavallo” altro non poteva essere
che una spettacolare ansa del Colorado, che in questa zona, a valle della diga,
è tornato ad essere nuovamente fiume … Sono
solo le 9:00 e fa già un caldo infernale. Restiamo per un po’ ad osservare lo
spettacolo di quell’alveo contorto, bordato di verde, che passa fra due ali di
nuda roccia, nell’aspro e desolante paesaggio che si estende tutt’intorno a perdita d’occhio, poi torniamo
all’auto e subito dopo in hotel a recuperare le valigie.
Riprendiamo a
seguire la Strada numero 89, oltrepassiamo il
parcheggio di Horseshoe Bend, e proseguiamo verso sud fino ad effettuare
una deviazione che ci porta di nuovo al cospetto del Colorado e di due
spettacolari ponti che lo attraversano: di fianco a quello più recente si trova
il Navajo Bridge che, costruito nel 1929, è monumento storico e, attualmente, a
carattere solo pedonale.
Oltrepassato
il primo dei due ponti scendiamo poi
fino a Lees Ferry, nel punto in
cui, alla fine del XIX secolo, operava l’unico traghetto sul fiume Colorado
nel raggio di oltre cento chilometri, e lungo il tragitto
incontriamo, poco oltre il ciglio della carreggiata, due stupefacenti
rocce a forma di fungo.
Riguadagnata
la Route 89 proseguiamo verso sud
all’interno della riserva Navajo e, vista l’ora, ci mettiamo alla
ricerca di un posto dove pranzare, ma gli alberi sembrano proprio non esistere
in questo angolo d’America. Fa un caldo allucinante e ci fermiamo in un
assolato parcheggio lungo la strada, mantenendo accesa per tutto il tempo
l’auto e, naturalmente, l’aria condizionata. In questo modo perdiamo
pochissimo tempo e ripresa la marcia ci fermiamo, dopo poche miglia,
immediatamente prima dell’abitato di Tuba City, nella località di Moenkopi,
alle sorprendenti Dinosaur Tracks.
Un indiano,
per dieci dollari, ci fa da guida attraverso un tavolato roccioso, alla scoperta
di alcune evidenti tracce lasciate dai dinosauri in quella che, probabilmente,
160 milioni di anni fa era una zona paludosa … non certo oggi, visto che ci
saranno almeno quaranta gradi e l’unica acqua presente nei dintorni è quella
che versiamo dentro alle orme, per metterle in evidenza. Durante la breve ma
interessante visita la guida Navajo ci fa notare anche i resti fossilizzati di
uno scheletro e quelli di un uovo, che per
metà affiora dallo strato di arenaria nel quale si trova.
Emersi
dall’era Mesozoica imbocchiamo la Strada numero 264 e, non trovate (ammesso
che ci fossero) le indicazioni per il Coal Mine Canyon, entriamo in territorio
indiano Hopi, mentre il cielo si va rapidamente annuvolando e di lì a poco
comincia addirittura a piovere. In questa strana riserva è vietato fotografare
ma, forse complici le improvvise e cattive condizioni meteorologiche, non ce
n’è bisogno … e il livello d’interesse della giornata, dopo i picchi dei
giorni scorsi, scema drasticamente.
C’immettiamo
sulla Highway numero 191 e viaggiando in direzione nord arriviamo nella
cittadina di Chinle, dove prendiamo alloggio
nel locale Holiday Inn. In
camera ci sono solo due “queen size” e noi siamo in cinque, ma la cosa non ci preoccupa
perché li uniamo e ne ricaviamo un unico grande letto, per la gioia di Federico
… A preoccuparci sono invece le condizioni del tempo, che questa sera sono
tutt’altro che buone: grossi nuvoloni invadono tutto il cielo e speriamo che
la notte se li porti via.
Martedì
13 Luglio:
Il cielo,
grazie a Dio, si è ripulito da quelle odiose nuvole ed ora splende un magnifico
sole, così possiamo dare il via alla visita del Canyon de Chelly National
Monument.
Il parco
include, oltre al canyon da cui prende il nome, anche il cosiddetto Canyon del
Muerto, e insieme le due ramificazioni formano, sulla cartina geografica, una
“V” stesa su di un fianco, che nella realtà incide profondamente un vasto
altopiano sedimentario creando scenari di grande suggestione.
La particolarità di questi canyon è però quella di essere abitati da
oltre 1500 anni e le tracce di antichi insediamenti, come a Mesa Verde, sono
sparse un po’ ovunque, infatti, il National Monument fu istituito, nel 1931,
proprio allo scopo di preservare i numerosi siti archeologici presenti, oltre
che, naturalmente, per la bellezza dei
paesaggi.
Il nostro
hotel si trova a meno di un miglio dall’ingresso, così già prima delle 9:00
siamo a vedere i primi overlook lungo la Strada numero 7, che corre, nella zona
meridionale del parco, sul bordo del Canyon de Chelly.
Al White
House Overlook ci fermiamo e, parcheggiata l’auto, cominciamo a scendere
seguendo l’unico sentiero che permette (senza guida) di raggiungere il fondo
del canyon. Il percorso, che s’intravede sotto di noi, digrada a stretti
tornanti e il pensiero di doverlo affrontare, al ritorno, in salita è
disarmante, ma non ci perdiamo d’animo e continuiamo a scendere nella pace e
nel silenzio più assoluti, fra quelle suggestive falesie di arenaria rossastra.
In circa
mezzora giungiamo di fronte alla White House,
che non ha nulla a che vedere col presidente Bush e con Washington, ma è
un antico villaggio indiano abbarbicato alle strapiombanti
pareti del canyon: probabilmente il più bel rudere di Chelly. Purtroppo
però al mattino è tutto in ombra e sarebbe stato meglio fare l’escursione
nel pomeriggio, ma dobbiamo accontentarci. Scattiamo ugualmente qualche foto e
poi ci dedichiamo alla risalita, mentre il caldo comincia a farsi sentire.
Riconquistata,
faticando forse meno del previsto, la parte superiore del canyon torniamo in
hotel, dove avevamo lasciato i bagagli causa i forti rischi di furti nella zona
(diversi cartelli disseminati nel parco mettono in guardia da questo) e, dopo
una provvidenziale rinfrescata, ripartiamo alla scoperta del Canyon de Chelly.
Seguiamo di
nuovo la strada del South Rim mentre diverse nuvole, che si vanno addensando in
cielo, ci obbligano a fare una corsa (sfidando i severi limiti americani) per
riuscire ad arrivare allo Spider Rock Overlook (il più bello del parco) con la
presenza del sole. Dal belvedere si domina un ampio tratto del canyon dal cui
fondo emergono le due strabilianti torri di
Spider Rock che, trovandosi in territorio indiano, possono essere
paragonate ad un enorme totem … La vista è certamente spettacolare e da sola
vale la visita al Canyon de Chelly.
Tornando
verso l’ingresso del parco dedichiamo qualche minuto all’interessante
Sliding House Overlook, caratterizzato anche da alcune rovine incastonate fra le
falesie, e giunti al centro visitatori ci fermiamo
a pranzare in un’area attrezzata.
Rifocillati,
nel primo pomeriggio, riprendiamo il nostro viaggio seguendo, questa volta, il
North Rim, che costeggia il Canyon del Muerto. Anche lungo questa strada
s’incontrano diversi punti panoramici, fra i quali spicca, per l’eccezionale
vista, l’Antelope House Overlook.
Conclusa la
visita, sotto molti aspetti positiva, al Canyon de Chelly National Monument
aggiriamo il parco da est e scendiamo verso sud seguendo la Strada numero 12,
che per un breve tratto entra anche nello stato del New Mexico, poi, tornati in
Arizona, arriviamo nella città di Window Rock, capitale ufficiale della nazione
Navajo (quella ufficiosa è Gallup, nel New Mexico, fuori dalla riserva e dal
proibizionismo indiano riguardo gli alcolici). Window Rock però è anche il
nome di una conformazione rocciosa, che ci rechiamo a vedere alla periferia
dell’abitato. E’ una suggestiva finestra, dalla forma quasi circolare,
scavata nella montagna, una sorta di gigantesco oblò oltre al quale possiamo
osservare l’azzurro del cielo, prima di tornare a macinare le miglia che ci
restano da percorrere per chiudere la tappa.
Da Window
Rock, viaggiando verso ovest lungo la Route 264, giungiamo nel villaggio di
Ganado, dove ci rechiamo a vedere un luogo storico. L’Hubbell Trading Post è
la più vecchia attività commerciale esistente in terra Navajo e, aperta nel 1878 da tale John Lorenzo Hubbell, è rimasta attiva
fino al 1967, anno in cui è passata sotto
l’egida dei parchi nazionali. Il posto, fra l’altro, è apparso
più volte anche nei celebri fumetti di Tex Willer, la cui famiglia, nella realtà, viveva proprio
da queste parti. Purtroppo però chiude alle 18:00 e noi arriviamo solo dieci
minuti prima, così siamo costretti a fare una visita estremamente superficiale
… peccato, perché il sito avrebbe meritato qualche attenzione in più.
Lasciato
verso sud il territorio Navajo e sistemate, di conseguenza, le lancette
dell’orologio indietro di un’ora, giungiamo infine nella cittadina di
Holbrook, dove prendiamo possesso delle nostre camere presso il locale Motel 6.
Sulla carta geografica questa era segnata come una grossa città ed è
disarmante vedere le sue dimensioni reali, ma ce ne faremo una ragione …
usciamo per cena in uno squallido Mc Donald (forse la peggiore catena di
fast-food degli States), mentre in lontananza
scoppia un
temporale: le condizioni meteorologiche non sono ottimali e speriamo migliori,
come al solito, durante la notte, perché domani ci aspetta la visita di un
parco nazionale particolarmente interessante.
Mercoledì
14 Luglio:
Anche questa
notte ha funzionato: il tempo si è aggiustato e quando usciamo dalla nostra
stanza il cielo è azzurro e splende un bel sole.
Facciamo
colazione da Denny’s poi, grazie alla collaborazione della ragazza addetta
alla réception, riusciamo a confermare telefonicamente l’attesa escursione di
domani, in elicottero, sul Grand Canyon, e più tranquilli possiamo dare il via
a questa giornata.
Percorriamo
un breve tratto di Interstate numero 40 verso est, fino a giungere all’uscita
per il Petrified Forest National Park.
Il parco, istituito già nel 1906 come
National Monument per preservare la
zona con la più alta concentrazione al mondo di tronchi fossili, è diventato
National Park nel 1962 e comprende al suo interno anche tracce di insediamenti
Anasazi e paesaggi estremamente interessanti dal punto di vista geologico.
Oltrepassato
l’ingresso nord subito si parano
davanti ai nostri occhi le incredibili
colline rosso vermiglio spruzzate di
bianco del Painted Desert, che possiamo
osservare da più punti panoramici disseminati lungo il percorso.
Fra tutti quello secondo noi
più accattivante è forse Chinde Point,
una sorta di passerella naturale protesa
sulle variopinte conformazioni.
Seguendo la strada
del parco, che scavalca la Interstate e si dirige a sud, ci lasciamo
sulla sinistra i ruderi di un pueblo indiano e ci fermiamo poco più avanti
sulla destra per vedere, con l’aiuto di alcuni cannocchiali,
i petroglifi della locale Newspaper Rock. Poco più avanti incontriamo
poi le suggestive e variopinte collinette
chiamate, vista la loro forma, come le tipiche tende dei pellerossa, The
Tepees e subito dopo svoltiamo a sinistra per raggiungere la zona del parco
denominata Blu Mesa. Il toponimo è dovuto alla particolare colorazione,
tendente al blu, che assumono alcune alture, visitabili, fra l’altro, per
mezzo di un breve trail. C’immergiamo così per una buona mezzora in un
paesaggio strabiliante e quasi irreale, fatto di dossi striati e mille sfumature
di terreno, inframmezzate da eroiche macchie di verde e residui di alberi
fossilizzati, sullo sfondo di un cielo turchino, dove alcune nuvole sembrano il
frutto di artistiche pennellate.
Usciti da
questo mondo fantastico e riguadagnato
l’abitacolo della nostra auto
riprendiamo poi l’esplorazione del
parco. Proseguiamo verso sud e ci fermiamo
a vedere il curioso Agate Bridge: un ponte formato da un tronco
appoggiato sulle due rive di un
torrente in secca, che non
sarebbe nulla di straordinario
se il tronco non fosse … fossilizzato!
Da questo
punto in avanti, in pratica, inizia la Foresta
Pietrificata: 225 milioni di anni fa, nel periodo
Triassico, in questo luogo esisteva
una rigogliosa foresta, che sprofondò in seguito ad un cataclisma e
venne sepolta da fango, sedimenti e ceneri vulcaniche. Tutto questo creò
particolari condizioni che permisero agl’alberi di cristallizzarsi anziché
decomporsi. Il tempo ha poi innalzato quello strato geologico, spesso fino a
novanta metri, e l’erosione ha portato nuovamente alla luce del sole i resti
della foresta.
Passiamo
accanto alle impressionanti distese di tronchi della Jasper e della Cristal
Forest e arriviamo, nella parte più meridionale del parco, al Rainbow Forest
Museum: nella piccola esposizione colpisce soprattutto la bacheca nella quale
sono raccolti i pezzi di albero pietrificati
portati via dai turisti che, pentiti, li hanno poi rispediti al parco con tanto
di scuse. Dal museo accediamo anche alla Giant Logs, una collinetta disseminata
di stupefacenti tronchi fossilizzati: di certo i più grandi e scenografici
esemplari del Petrified Forest National Park.
Estremamente
soddisfatti anche di questa visita rientriamo in direzione di Holbrook passando
accanto a negozi che vendono, evidentemente autorizzati, enormi pezzi di alberi
pietrificati … ma come souvenir sono troppo costosi e, soprattutto,
esageratamente ingombranti.
Giunti ad
Holbrook, da una strada diversa da quella di ieri sera, restiamo sconcertati
quando scopriamo che in realtà è un centro abitato di discrete dimensioni …
bastava solo proseguire oltre il Mc Donald e dopo un sottopassaggio, al di là
di una curva, c’era tutto un altro mondo: centri commerciali, case, fast-food
… una simpatica cittadina, costruita sulla mitica Route 66 (la strada che
collegava, già negl’anni trenta, Chicago a Los Angeles). Ci sono anche
diverse rivendite di souvenir e ne approfittiamo per fare alcune compere, con la
signora proprietaria di un negozio che sentiti i miei commenti
circa una maglietta, con impresse la faccia di Bin Laden e la scritta
“wanted dead or alive”, assolutamente me la vuole regalare … Sono davvero
strani questi americani, come l’hotel che incontriamo alla periferia della
città, costituito da bungalow (in muratura) a forma di tenda indiana, disposti
in cerchio attorno ai servizi e alla réception!
Si è fatto
tardi e dobbiamo percorrere ancora tante miglia, così pranziamo in una stazione
di servizio, poco fuori Holbrook, sulla Interstate 40 e subito dopo riprendiamo
la marcia, mentre il cielo, come ultimamente accade nel pomeriggio, si va
rapidamente annuvolando. In lontananza si vedono alcune piccole trombe d’aria
che alzano parecchia polvere e di lì a poco comincia a piovere intensamente,
tanto che, per sicurezza, decidiamo di fermarci in un’area di sosta.
Quando
ripartiamo in breve raggiungiamo, poco fuori l’autostrada, il famoso Meteor
Crater (il più grande cratere meteorico del mondo, con un diametro di 1265
metri e una profondità di 174!), ma ricomincia
a piovere e aspettiamo nel parcheggio, da dove il cratere non si vede.
Per vederlo bisogna,
ovviamente, pagare e, non essendo un parco nazionale, quando finisce
il nubifragio, mi reco alla biglietteria a prendere
informazioni: è un vero e proprio
furto, poiché l’ingresso,
in quattro adulti e un bambino, ci verrebbe
a costare ben 52 dollari, quasi quanto il Golden Eagle Pass! … Così
rinunciamo alla visita, un po’ per principio e un po’ perché, comunque, le
condizioni meteo non sono affatto buone.
Riprendiamo a
seguire l’autostrada e, sotto ad un cielo cupo e plumbeo, raggiungiamo la
cittadina di Flagstaff, da dove imbocchiamo al Route 89 in direzione nord. Il
paesaggio si fa tutto d’un tratto aspro e montagnoso, tanto che sulla nostra
sinistra intravediamo un picco addirittura innevato, mentre prendiamo a seguire,
sul lato opposto della carreggiata, la strada che porta al Sunset Volcano
National Monument.
Il piccolo
parco, dal 1930, protegge una zona vulcanica caratterizzata dalle colate e dai
residui di alcune impressionanti eruzioni verificatesi intorno all’anno 1100.
Qui, a distanza di nove secoli, ampie porzioni di territorio, nere come la pece,
sono ancora quasi completamente spoglie e l’intero paesaggio si presenta con
un aspetto decisamente dantesco … peccato solo che manchi il sole e faccia
anche (strano ma vero) piuttosto freddo.
La strada che
attraversa il Sunset Volcano disegna sulla cartina una specie di “U” e prima
di rientrare sulla Route 89 passa anche per il Wupatki National Monument,
fondato nel 1924 allo scopo di preservare un’area particolarmente ricca di
antichi insediamenti Anasazi.
I siti sono
davvero numerosi ma noi ci accontentiamo di vederne uno in particolare, forse il
più suggestivo: è il Wukoki Pueblo, costruito alla sommità di un enorme masso
a dominare una landa desolata. Visitiamo il
luogo, in un mistico silenzio, accompagnati da noi stessi e da un raggio di sole
che perfora le nuvole, mentre sembra di vedere i fantasmi di quell’antico
popolo aggirarsi, nella penombra, fra le rovine.
E’ stata
anche questa una splendida esperienza e, osservato da lontano anche il pueblo
che dà il nome al parco, riprendiamo con sollecitudine il nostro viaggio perché
si sta facendo decisamente tardi.
Rientriamo
per un breve tratto in terra Navajo,
mentre in lontananza imperversa un
temporale, e imbocchiamo la Strada
numero 64 che conduce al celeberrimo
Grand Canyon National Park. Varchiamo
l’ingresso est del parco e percorriamo tutta la East Rim Drive, che
corre a breve distanza dal bordo del canyon: non piove ma il tempo è orribile e
non ci fermiamo a nessun punto panoramico … Vogliamo assolutamente vedere
questa immensa opera della natura con la presenza del sole!
Ci lasciamo
sulla destra il Grand Canyon Village e usciamo dal parco verso sud giungendo,
nel paese di Tusayan, all’Holiday Inn Express. Concludiamo così una delle
giornate più intense del viaggio, non fortunatissima ma comunque positiva, ed
ora speriamo solo che la notte, come al solito, si porti via le nuvole.
Giovedì
15 Luglio:
Ancora una
volta la notte ci ha fatto la grazia e, per fortuna, questa mattina splende un
bellissimo sole, così ci alziamo con calma e ci prepariamo ad affrontare quella
che, secondo programmi, dovrebbe essere una strepitosa giornata, interamente
dedicata al Grand Canyon, che, indubbiamente, assieme a Yellowstone, può essere
considerato il più noto parco nazionale americano.
Fu istituito
nel 1919 attorno a quell’incredibile forra scavata dal fiume Colorado in
milioni di anni, che è uno dei più strabilianti fenomeni geologici
dell’intero pianeta. I numeri del Grand Canyon sono impressionanti: lungo 443
chilometri e largo in alcuni punti fino a 30, raggiunge una profondità massima
che sfiora i 1600 metri, portando alla luce strati geologici vecchi di 1,7
miliardi di anni.
Siamo
impazienti di poterci affacciare su quella che dovrebbe essere una vista senza
eguali, ma dobbiamo attendere perché non c’è tempo a sufficienza per entrare
nel parco prima di salire sull’elicottero della Papillon Tours (prenotato fin
da casa) che ci farà sorvolare il canyon, infatti la partenza è prevista per
le 10:15 ed il check-in per le 9:45.
Ci
presentiamo al banco con largo anticipo e, dopo aver chiarito il disguido
secondo cui Federico non risultava prenotato, ci mettiamo in attesa del nostro
turno. E’ la prima volta per tutti noi con questo di mezzo di trasporto e,
visibilmente emozionati, una manciata di minuti dopo l’orario previsto,
prendiamo quota.
Indossiamo
delle cuffie attraverso le quali viene trasmessa prima una sommaria descrizione
del luogo (in italiano!), poi la sontuosa musica di “Momenti di gloria”, che
sale progressivamente di tono fino a quando, tutto d’un tratto, non irrompiamo
su quella smisurata voragine, che toglie quasi il fiato. E’ una sensazione
indescrivibile volare in quell’immensità fatta di picchi e canaloni,
impressionanti pareti verticali e variopinte
conformazioni rocciose,
librarsi al di sopra di quello stupefacente
abisso sul cui fondo scorre impetuoso il Colorado,
che da quest’altezza sembra poco più di
un insignificante rigagnolo. Restiamo
a volteggiare per circa venti minuti
fra quegli eccezionali scenari e poi rientriamo alla base, mentre
purtroppo, in lontananza, già incombono grossi nuvoloni grigi.
Ci fermiamo
in hotel a recuperare gli zaini e subito dopo ci mettiamo in fila per entrare
nel parco. Percorriamo le poche miglia che ci dividono dal centro visitatori e
arriviamo, finalmente, sul bordo del canyon:
sublime … scatto una foto, faccio una breve ripresa … e il sole se ne va
dietro alle nuvole! … Acc…!!! … non è ancora mezzogiorno e il cielo non
promette nulla di buono!
Andiamo prima
a Mather e poi a Yavapai Point: il panorama è bellissimo, ma è un po’ come
vedere il Louvre di sera con le luci spente e questo non ci rende affatto di
buon umore … beati invece gli scoiattoli che, per niente influenzati dalle
cattive condizioni meteo, ci saltellano allegramente intorno alla ricerca di
cibo.
Nella
speranza che il tempo migliori ci fermiamo a pranzare in un’area pic-nic:
prima il cielo c’illude, con qualche raggio di sole che riesce a filtrare, poi
le condizioni peggiorano ulteriormente e all’orizzonte si scatenano fulmini e
saette, mentre il sottoscritto si fa più nero delle nuvole temporalesche!
Nonostante tutto decidiamo di salire sull’autobus
che va a Yaki Point: se domani mattina ci sarà il sole proveremo a
vedere qualcosa prima di partire, ma non ci sarà il tempo di andare anche a
questo punto panoramico, piuttosto distante rispetto agl’altri.
Scendiamo a
Yaki Point mentre soffia un vento gelido e cominciano a cadere alcune gocce di
pioggia. Il torpedone se ne va e ci guardiamo intorno: non c’è neanche una
tettoia per ripararsi e ci rifugiamo sotto agl’alberi intanto che osserviamo,
fra una goccia e l’altra, il panorama, che anche da qui sarebbe straordinario
… se solo ci fosse il sole! Per fortuna il temporale ci sfiora solamente ed
evitiamo di bagnarci, ma saliamo sul primo autobus che passa e torniamo
mestamente al centro visitatori … Sono a dir poco furioso e se fossi un
bestemmiatore oggi avrei di certo esaurito tutto il repertorio!
Restiamo per
un po’ in auto ad aspettare ma la situazione non cambia, così, poco prima
delle 16:00, sconsolati prendiamo la strada dell’hotel: il tempo di certo non
cambierà nel breve periodo e coviamo solo, ancora, qualche debole speranza per
il tramonto.
Quando
arriviamo a Tusayan alcune chiazze di bianco, sparse qua e là fra le aiuole, ci
fanno capire che lì, addirittura, è grandinato! … Ci rifugiamo in camera e
più tardi ci rechiamo a rilassarci in po’
in piscina: la tensione nervosa mi ha stancato molto più di certe lunghe
camminate!
Scendono le
luci della sera e dobbiamo rinunciare anche al tramonto, per il quale non
abbiamo proprio avuto fortuna in questo viaggio: a parte il meraviglioso ricordo
del Delicate Arch ci siamo persi lo spettacolo al Bryce Canyon, alla Monument
Valley ed ora al Grand Canyon … meglio non pensarci troppo e sdrammatizzare.
Domani ci aspetta una durissima giornata, con 500 miglia (800 chilometri) da
percorrere, e la renderemo ancor più dura se
il sole vorrà farci un ultimo regalo: ci alzeremo
alle 6:00 e dedicheremo qualche
ora al Grand Canyon prima di partire
alla volta di Los Angeles … Così
usciamo per cena e subito dopo torniamo
in camera a riposare, mentre, udite, udite, in cielo brilla qualche beneaugurate
stella.
Venerdì
16 Luglio:
Alle 6:00 in
punto suona la sveglia e mi alzo per guardar fuori dalla finestra: la notte,
magica spazzina del cielo, è una garanzia anche se, in lontananza, qualche
nuvolina comincia già ad intravedersi. Richiamo dal mondo dei sogni Sabrina e
Federico e ufficialmente diamo il via all’operazione “Grand Canyon bis”:
alle 6:30 siamo tutti a far colazione e neanche mezzora più tardi varchiamo,
ancora un po’ assonnati, i cancelli del parco. E’ nostra intenzione
visitare, con un’apposita navetta, tutta la cosiddetta West Rim Drive, una
strada, disseminata di punti panoramici, che
corre per circa dieci chilometri a breve
distanza dal bordo del canyon.
Il primo
punto nel quale ci fermiamo è Powell Point: ora sì che la vista è
straordinariamente bella, con la luce che accende ed esalta i colori, con le
ombre e i chiaroscuri che danno il senso della profondità a quell’immenso e
meraviglioso caos di rocce … ora sì che abbiamo di fronte agl’occhi il
Grand Canyon che avevamo sempre sognato di vedere! Lo spettacolo continua nel
vicino Hopi Point, mentre, è incredibile, le nuvole incalzano inesorabilmente
da est … Facciamo una breve sosta al Mohave Point e ci soffermiamo più a
lungo al vertiginoso The Abyss. Riusciamo a scattare ancora una foto con la
presenza del sole a Pima Point, poi al capolinea di Hermits Rest tutto finisce maledettamente
nell’ombra … sono da poco passate
le 9:00! … Abbiamo motivo di ritenerci
comunque soddisfatti: siamo riusciti a vedere ciò che volevamo
e più sollevati possiamo riprendere il nostro viaggio, che ormai volge
al termine.
Torniamo al
visitor centre e poi all’hotel a recuperare i bagagli, spediamo le cartoline
dal luogo più rappresentativo del viaggio e cominciamo a macinare il primo
degl’ottocento chilometri che ci dividono da Los Angeles.
Neanche
trenta miglia fuori dal parco, ironia della sorte, splende il sole … ci deve
essere una sorta di calamita per le nuvole dentro a quel canyon! … Viaggiamo
spediti verso occidente lungo la Interstate numero 40 e ci fermiamo a pranzare,
ormai in vista del confine di stato, in un’area di sosta nella quale spiccano
alcuni cartelli che mettono in guardia circa la possibile presenza di scorpioni
e serpenti nella zona. Fa un caldo infernale, ben al di sopra dei cento gradi
Fahrenheit (circa trentotto gradi centigradi): consumiamo in fretta le nostre
cibarie e poi torniamo nella più gradevole aria condizionata
dell’auto, così, poco dopo, scavalchiamo il fiume Colorado ed entriamo
in California.
Ci fermiamo a
far benzina, in un’area di servizio nel bel mezzo del Mojave Desert,
probabilmente nel distributore più caro d’America: 3,14 dollari al gallone!
(fino ad ora il prezzo era rimasto sempre compreso fra 1,80 e 2,40!) … Ne
mettiamo solo venti dollari, quanto basta per arrivare nella cittadina
di Barstow, dove, naturalmente, costa molto meno.
Procediamo,
senza intoppi, in direzione della metropoli californiana e a metà pomeriggio
arriviamo nella sua immensa periferia: con quattordici milioni di abitanti Los
Angeles è il terzo agglomerato urbano del mondo, si estende infatti per ben
sessanta chilometri da nord a sud e per ottanta da est a ovest!
Dopo tre
settimane nelle regioni interne degli States non siamo più abituati al traffico
delle grandi città e fatichiamo un po’ ad
abituarci. Ci accodiamo così alla
massa di autoveicoli che procede verso i quartieri più centrali e, in
particolare, seguiamo le indicazioni per quello mitico di Hollywood, dove siamo
alloggiati nell’omonimo Econo Lodge … All’improvviso sulla nostra destra,
in cima ad una collina, appare la famosissima scritta che tante volte abbiamo
visto nei film e osservarla dal vivo è una grande emozione, ma vuol dire anche
che ormai siamo arrivati, infatti, poco dopo, siamo alla réception
dell’hotel che ci ospiterà
per le ultime due notti di questo viaggio.
Portiamo in
camera le valigie, ci concediamo una rinfrescante doccia e subito dopo
ripartiamo perché vogliamo assolutamente arrivare al mare, infondo guardando la
cartina sembra uno scherzo: basta seguire il Santa Monica Boulevard … è tutta
dritta! … Certo, è tutta dritta, ma lunghissima e con un’interminabile
serie di semafori, tanto che, dopo aver fiancheggiato anche il celeberrimo
quartiere di Beverly Hills, giungiamo al Pier di Santa Monica con il buio più
completo … e pensare che intendevamo vedere il tramonto sul Pacifico!
Facciamo una
passeggiata lungo il molo, ceniamo con un gelato e poi rientriamo in hotel, con
Federico che, sveglio dalle 6:00 di questa mattina, giustamente crolla e si
addormenta sul sedile posteriore dell’auto … E’ stata una giornata
difficile, nella quale siamo però riusciti a vedere il Grand Canyon con la luce
del sole e ciò è bastato a renderla una bella giornata!
Sabato 17
Luglio:
Scendiamo
alla réception per consumare la colazione offerta dall’Econo Lodge, ma
appurato che consiste in un solo caffè usciamo per trovare qualcosa in
aggiunta, poi, recuperati gli zaini, possiamo dare il via anche a quest’ultima
giornata che passeremo interamente negli States.
Andiamo a
nord dell’hotel e rintracciata Beachwood Drive la percorriamo perché, a quanto pare, è proprio
seguendo questa strada che si riesce a scattare una buona foto
della famosissima scritta “Hollywood”. Subito dopo imbocchiamo la
Freeway numero 101 e, seguendo il
serpentone di auto che ci precede, arriviamo ai
celeberrimi Universal Studios.
Gli studi
della più importante casa cinematografica
americana furono
creati nel 1915 e, visitabili
dal 1964, oggi sono una delle maggiori
attrazioni di Los Angeles.
Parcheggiata
l’auto paghiamo, nonostante una tessera sconto,
il salatissimo biglietto
d’ingresso e diamo inizio alla
visita. Prima di tutto saliamo sul
Tram Ride, la navetta che fa il giro degli
Studios veri e propri, passando attraverso set cinematografici di famosi
film, fra i quali “Jurassic Park”, “Lo
Squalo”, “Psicho” e tanti altri. Lungo il tragitto
ci mostrano anche diversi trucchi e l’intero viaggio, della durata di
quasi un’ora, nel mondo del cinema risulta veramente interessante. Al ritorno
ci dedichiamo poi ai vari spettacoli e alle attrazioni, generalmente
legate ed ispirate a famose pellicole. Cominciamo col filmato in quattro
dimensioni di Shrek, il personaggio di fantasia caro a Federico che incontriamo
anche, in carne, ossa e gommapiuma, in giro per il parco. Passiamo poi
all’emozionante viaggio virtuale di
“Ritorno al Futuro”, dal quale il
piccolo ne esce un tantino scosso, cerchiamo così di farci perdonare
accompagnandolo a vedere il divertente show
di “Animal Planet”, con cani, gatti, pappagalli, piccioni e persino
un orango come protagonisti.
Pranziamo
velocemente e poi scendiamo al piano inferiore dove troviamo l’attrazione
legata al film “Jurassic Park”, ma
ci sono oltre 50 minuti di attesa e in più il gioco spaventa
Sabrina, così rinunciamo e ci mettiamo
in coda per vedere lo spettacolo di effetti speciali. Proprio in quel frangente,
forse complice il caldo, la nonna viene colpita da un piccolo
malore: niente di grave, probabilmente un lieve imbarazzo di stomaco,
che però la obbliga a dare forfait … peccato. Si sistema
precauzionalmente all’ombra, in compagnia del nonno, mentre noi affrontiamo
nuovamente la fila e riusciamo a vedere quello spettacolo, che, seppur divertente, a causa forse nelle numerose spiegazioni e del nostro
pessimo inglese, non è poi stato nulla di eccezionale.
Visti i
brevissimi tempi di attesa mi concedo anche l’emozionante esperienza del fuoco
di “Backdraft”, poi torniamo al piano superiore per assistere allo
strabiliante spettacolo di “Water World”,
con bravissimi stuntman e fantastici
giochi pirotecnici: il più esauriente epilogo di questa visita agli
Universal Studios. Passeggiamo ancora un po’ lungo la fedele ricostruzione di
strade che furono set di famosi film e poi, ormai stanchi, intorno alle 16:00,
usciamo da questo parco così incredibilmente,
forse troppo,
… americano! … ma al quale non potevamo certo mancare!
In auto
raggiungiamo il centro vitale di Hollywood,
che si può identificare col Mann’s Chinese Theater, sicuramente la
sala cinematografica più famosa al mondo, dove vengono proiettate
gran parte delle prime. Proprio di
fronte, impresse sul selciato, si trovano le celebri impronte delle star,
così ci divertiamo a rintracciare i personaggi più noti, del passato e
del presente, fra i quali spicca, per la
felicità di Federico, anche Paperino! Sui marciapiedi di Hollywood
Boulevard si trova infine la suggestiva sfilata di stelle della Walk of Fame: in
questo caso i nomi dei più noti personaggi dello spettacolo sono scritti
entro i bordi dorati di una stella a
cinque punte … e Federico scova quelle
di Topolino e di Walt Disney!
Conclusa la
visita di questo mitico quartiere ci spostiamo a quello di Beverly Hills, che non è certo da meno, e più precisamente a Rodeo
Drive: la via dove si trovano i più lussuosi negozi della città. Nelle
vetrine sono esposte tutte le più note griffe
internazionali
(soprattutto italiane), peccato
solo che, visto l’orario, parecchie
serrande siano già abbassate
… non che fossimo intenzionati
a comprare, ma il clima, forse, sarebbe
stato diverso.
Sono già
passate le 19:00 e facciamo ritorno in
hotel. La nonna, ancora alle prese con il suo malanno, si chiude in
camera a riposare, mentre noi quattro
andiamo a cena al ristorante italiano “Stefano”, proprio di fronte
all’Econo Lodge. Il luogo è piuttosto scalcagnato,
però mangiamo spaghetti e pizza,
accompagnati da un buon bicchiere di vino … e ne vien fuori la miglior
cena da oltre venti giorni a questa parte … peccato che la nonna se la sia
persa. Subito dopo torniamo in camera a sistemare le valigie: l’operazione
richiede un po’ di tempo e Sabrina ne esce vincitrice solo poco prima
di mezzanotte, quando finalmente possiamo coricarci, in previsione della
partenza e di una lunghissima giornata … anzi due, perché non saremo a
casa prima di lunedì.
Domenica
18 Luglio:
Non
intendiamo lasciare indietro nulla e nonostante sia il giorno della partenza ci alziamo
alla stessa ora di sempre: la nonna
sta meglio così dopo colazione carichiamo i bagagli e partiamo per un
tour di Los Angeles in auto.
A pochi
isolati di distanza dall’Econo Lodge, al numero 565 di Cahuenga
Boulevard, ci rechiamo a vedere la casa che fu il set del mitico telefilm
“Happy Days” … un dolce ricordo
d’infanzia. Ci lasciamo alle spalle casa
Cunningham e raggiungiamo Downtown, il centro vero e proprio di Los
Angeles. Fra la selva di grattacieli, che suscita sempre forti emozioni,
osserviamo in particola re
l’Hotel Bonaventure, dalla sorprendente architettura, che
fu utilizzato anche per alcune scene del film “Nel centro
del mirino”, con Clint Eastwood. Nei paraggi notiamo
poi il Biltmore Hotel, dove un
tempo si teneva la cerimonia degli Oscar e luogo
nel quale sono state girate numerose
pellicole di successo come “Un piedipiatti
a Beverly Hills” e “La stangata”.
Los
Angeles
è una metropoli americana atipica perché a pochi isolati da Downtown i
fabbricati tornano bassi e sembra di
viaggiare per le vie di una cittadina di
provincia. Percorriamo Wilshire Boulevard e arriviamo a Beverly Hills con
l’intenzione di vedere
qualche villa di proprietà di personaggi
famosi. Seguendo gli elegantissimi viali alberati
giungiamo di fronte al numero 355
di Carolwood Drive, dove c’è
un’alta siepe ed un cancello: mi
avvicino per vedere quella che fu la casa di Walt
Disney, ma ancor prima di riuscire a farlo completamente odo un suono ed
una voce che mi rivolge una domanda, allora chiedo scusa e me ne vado.
Passiamo
anche di fronte al numero 144 di Manovale Drive: questa volta oltre la siepe
c’è la casa che fu di Elvis Presley, ma non si vede niente … è inutile
cercare altre dimore di persone note, sono tutte nascoste dal verde che le
circonda. Restando nel quartiere torniamo
allora in Wiltshire Boulevard, dove, al numero 9500, ci fermiamo a vedere
l’Hotel Regent, nel quale sono state girate diverse scene del film “Pretty
woman”, con Richard Gere e Julia Roberts.
Quasi tutta
la mattinata se n’è ormai andata quando raggiungiamo il quartiere di Westwood,
nel cui piccolo cimitero dovrebbe trovarsi la tomba di Marylin Monroe, ma
forse è troppo piccolo, perché non riusciamo a trovarlo, e dobbiamo desistere
dal cercarlo perché si è fatto tardi.
Prendiamo
allora la strada del mare e arriviamo alla famosa Venice Beach. Parcheggiamo
l’auto e facciamo una passeggiata lungo l’Ocean Front Walk … la più
genuina e fantasiosa espressione dello stile
di vita “made in U.S.A.”. Sul lungomare, vietato alle auto, c’è
gente che pratica ogni tipo di sport:
dal ciclismo al footing, dal basket ai
pattini, per arrivare al body-building
e ai celebri attrezzi ginnici di Muscle Beach! Mentre in riva all’oceano i bagnanti
e gli immancabili surfisti vengono sorvegliati dai bagnini, appostati
sulle classiche torrette di
osservazione che ricordano, in tutto e per tutto, il serial televisivo
“Bay Watch”.
Trascorriamo
così, piacevolmente, l’ultima ora di vacanza americana, poi, dopo pranzo,
partiamo in direzione dell’aeroporto. Ci fermiamo alla Alamo a consegnare
l’auto: la bacio sul volante e la ringrazio di aver fatto sempre la brava,
perché con lei negli Stati Uniti abbiamo percorso la bellezza di 4681
miglia, ossia 7490 chilometri!
Una navetta
della compagnia di autonoleggio ci porta al terminal 2 del Lax (Los Angeles
International Airport), dove imbarchiamo i bagagli direttamente per Bologna.
Espletate
tutte le formalità doganali saliamo,
attraverso la porta numero 26, sul volo KL 602 e poco dopo, alle
16:14 (in perfetto orario), il Boeing 747 della KLM prende quota con
destinazione Amsterdam … Good
bye America!
Sotto di noi
ci sono tante nuvole, che c’impediscono di
vedere terra … voliamo incontro alla notte e il buio arriva
in fretta, ma mai completamente perché la rotta passa molto a nord.
Sincronizziamo gli orologi sull’orario
italiano e in brevissimo tempo è …
… Lunedì
19 Luglio:
Così come ha
fatto presto ad arrivare il buio fa altrettanto presto ad albeggiare, ma sotto di noi ci sono sempre e solo tante nuvole. La
terra appare solo quando si vedono le coste britanniche e subito dopo cominciamo
a scendere verso la capitale olandese. Atterriamo, senza problemi, al Schiphol Airport di Amsterdam, alle
10:56 e dal terminal F ci spostiamo al D, dove ci mettiamo in attesa
dell’aereo per Bologna.
Il Fokker 100
della KLM proveniente dall’Italia ancora non c’è, ma è solo questione di
tempo, così quando finalmente arriva saliamo a bordo e, con l’identificativo
di volo KL 1591, stacchiamo da terra con quasi un’ora di
ritardo, alle 14:32. Siamo sistemati nell’ultima fila e non riusciamo a
vedere praticamente nulla oltre i finestrini, ma tutto procede per il meglio e
atterriamo nell’Aeroporto Marconi di Bologna alle 16:04. Il viaggio però
non è ancora finito perché dobbiamo
arrivare a Forlì e la stanchezza, ma soprattutto il fuso orario ora lo
rendono più duro che mai.
Recuperiamo
sani e salvi i bagagli e poi, pagando un
prezzo assurdo, con l’autobus raggiungiamo
la stazione dei treni. Qui non troviamo nessun tipo di carrello e dobbiamo
trascinarci dietro le valigie. Il binario naturalmente è quello più lontano e
ci sono da fare le scale che (viva l’Italia) non sono certo mobili e se c’è
un elevatore è ben nascosto (ma non c’è!). Il treno per lo meno è in
orario, ma è di quelli concettualmente vecchissimi, con tre scalini che, da
fare con tutti i bagagli, sembrano l’Everest e i corridoi strettissimi. Per
fortuna dobbiamo fare solo poco più di cinquanta chilometri, ma sembrano
cinquemila e, alla fine, è stato più faticoso andare in treno da Bologna a
Forlì che in aereo da Los Angeles a Bologna.
Alle 18:00 in
punto siamo nella stazione della nostra città, dove troviamo per fortuna
qualcuno che è venuto a prenderci. Salutiamo
i nonni, che sono stati buoni compagni di viaggio, e poco dopo, alle
18:23, siamo di fronte al cancello di casa.
Non è facile
trovare le parole per chiudere adeguatamente un viaggio del genere: di certo
resterà, se non il più bello, uno dei più stupefacenti di tutta la nostra vita. Come non ricordare quindi gli spazi immensi e le incommensurabili bellezze naturali del
Grand Canyon, i paesaggi desertici della
Death Valley in contrasto con le verdi
vallate di Yosemite e le maestose sequoie, le straordinarie architetture
di Bryce, della Monument Valley e di Arches, i cieli tersi e i colori della
Petrified Forest e del Lake Powell, con le sublimi fattezze
dell’Antelope Canyon, e poi le
antiche tracce di un popolo, quello
indiano, che un tempo era fiero ed
orgoglioso, mentre oggi è solo l’ombra di sé stesso. Ci sono infine
le grandi città, con i saliscendi di San
Francisco, le follie di Las Vegas e
Los Angeles, con Hollywood e il mito del cinema, che abbiamo
respirato ovunque lungo tutto l’itinerario,
tanto che possiamo dire di aver vissuto
questi incredibili venticinque giorni
… come dentro a un bellissimo film!
Dal 25
Giugno al 19 Luglio 2004
Da San
Francisco a Los Angeles km. 7490
Diario di Luca, Sabrina e Federico
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Tour southwest USA
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