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Coast to coast dalle Hawaii alla Florida 


periodo: febbraio

anno: 2004



Luca Cristina Leonardo, Lanfranco Caterina, e Sandro 

Antefatto
Scegliere una meta di viaggio in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile. Le guerre in medio oriente e africa centrale , la situazione politica precaria in molti paesi come il Perù o il Nepal il terrorismo internazionale e le ulteriori esigenze derivanti dalla presenza di mio figlio Leonardo (15 mesi compiuti da poco) non lasciamo molte alternative a disposizione. Per vari motivi quest’anno decidiamo di prendere in considerazione gli USA. Come sempre il “viaggio fai da te” ha richiesto mesi di indecisioni sul miglior tragitto da seguire nonchè ore e ore passate davanti al computer navigando in internet e leggendo libri e guide di viaggio per acquisire quante più informazioni possibile. Inizialmente il programma di massima prevedeva un “coast to coast” allargato dalle Hawaii alla Florida via California, Nevada, Utah, Colorado, Arizona, New Messico, Texas e Louisiana, che alla fine è stato quasi completamente rispettato. Sostanzialmente il viaggio si svilupperà attraverso tre tappe fondamentali: una vacanza rilassante alle Hawaii, una visita approfondita di San Francisco e dintorni e un viaggio in automobile “al galoppo” tra San Francisco e Miami. Oltre alla maggiore delle isole Hawaii , durante il percorso nel continente nord americano visiteremo San Francisco, alcuni parchi della Sierra Nevada come il famoso Yosemite e il Mariposa Grove of Giants Sequoia, percorreremo la stupenda “highway numero 1” che collega San Francisco a Los Angeles passando per la “17 mile drive” a Monterey e Santa Barbara; quindi Los Angeles, Las Vegas i parchi naturali dello Utah meridionale di Zion e Bryce; la incredibile Monument Valley in terra Navajo, poi ancora l’antico e originalissimo pueblo di Mesa Verde in Colorado, il famoso Grand Canyon in Arizona quindi passeremo per la storica “route 66” e Phoenix per finire al confine con il Messico tra i giganteschi cactus di Tucson . Per recuperare tempo perduto durante le prime settimane di viaggio, saremmo poi costretti a fare un salto direttamente dall’Arizona alla Florida perdendo le tappe previste di Houston e New Orleans. Il viaggio, dopo aver attraversato anche la Florida da Tampa a Key West, terminerà sulla spiaggia di Miami Beach, dopo aver percorso complessivamente circa 7000 km in auto e attraversato 5 fusi orari. Un viaggio molto lungo e faticoso ma ricco di emozioni. Cristina Caterina e Leonardo rientreranno comunque a casa anticipatamente dalla California salvandosi dalla sfiancante “galoppata” finale prevista nella terza tappa. 

13 febbraio 2004 venerdì
Volo Venezia – Kona\Hawaii via Amsterdam – Los Angeles. Tempo complessivo di volo poco meno di 20 ore.

Sveglia alle 3.30 del mattino; per fortuna non c’è la solita nebbia delle partenze invernali ad accompagnarci a Venezia. Nonostante i soliti buoni propositi imbarchiamo per ultimi, all’ultimo minuto. Leonardo è buonissimo, sembra che tutto cominci per il meglio. La rotta aerea per Amsterdam è quasi equivalente alla rotta diretta per le Hawaii e queste “stranezze” sono sempre motivo di discussione. In questo viaggio, che comporterà migliaia di km da fare in auto, ho deciso di portare con me un GPS palmare. Grazie a questo strumento di precisione possiamo subito verificare che la via più breve tra Pordenone e Kona comporta una rotta di 12652 km che passa solo qualche grado a sinistra del Polo Nord. Non esistendo rotte dirette e dovendo fare scalo a Los Angeles noi percorreremo quasi 15.000 Km per arrivare a destinazione. Atterraggio rocambolesco ad Amsterdam comprensivo di strettissima virata sopra il centro della città che ci consente di ammirare i canali e le abitazioni alte e strette della Venezia del Nord. Leonardo, dopo un’incredibile show di due ore all’aeroporto di Amsterdam, crolla addormentato. Ci aspettano undici ore di volo ma il “piccolo” ha un sedile tutto per se e dorme per tutto il viaggio. Il tempo perciò “vola” e siamo già in procinto di atterrare a Los Angeles ancor prima di accusare i primi stress claustrofobici. Per la prima volta ho sorvolato di giorno Canada e Stati Uniti settentrionali; il paesaggio, ricoperto senza soluzione di continuità da ghiaccio abbaccinante, mi tiene al finestrino per diverse ore e sembra incredibile che dal paese delle Giubbe Rosse alla California attraverso Montana, Wyoming, Utah, e Nevada vi siano così poche tracce umane. Ora siamo sopra Las Vegas che rivedremo da terra fra una ventina di giorni. Provo ad immaginare come sarà il nostro viaggio “on the road” attraverso queste avventurose frontiere; visto da quassù il territorio sottostante ha l’aspetto di un deserto attraversato solo da qualche strada incredibilmente rettilinea. Quasi un’ora di ritardo del volo Los Angeles-Kona non favorisce la nostra ultima tappa che non è per niente breve. Finalmente si riparte e nonostante l’austera accoglienza dell’equipaggio AmericanAirlines non sia confortante, alle 22 ora locale dovremmo essere a destinazione. Durante il viaggio mi ha colpito molto il fatto di non essere riuscito a bucare il buio fitto della notte pacifica se non pochi istanti prima di ritoccare terra; ad un certo punto ho avuto paura che non esistesse più alcuna forma di vita umana dopo 4000 km di nulla cosmico. Invece queste isole sono abitate dall’uomo da più di 1500 anni, probabilmente Polinesiani giunti fin qui dalle altrettanto lontane Isole Marchesi a bordo di primitive canoe. Il lungo viaggio e la stanchezza non influenzano negativamente la prima impressione al nostro arrivo; il giudizio è subito molto positivo ancor prima di uscire dall’aeroporto. Forse convincerci che un lungo viaggio aereo con un bimbo di pochi mesi sia terrificante, è stato l’approccio giusto per poter poi dire che tutto sommato è solo stato faticoso. In genere partire troppo ottimisti pensando che un lungo viaggio sia una passeggiata, fa spesso desiderare di essere rimasti a casa. L’aerostazione di Kona - Hawaii incuriosisce subito perché è tutta all’aperto. Neppure l’aeroporto della minuscola “Bora Bora” ha una struttura così “en plen air”. Qua e là ci sono solo delle tettoie tipo fermata di autobus e le zone di imbarco sono delimitate solo da bassi muretti in pietra vulcanica. Una statua raffigurante tre donne in costume hawaiano posta nella hall (anch’essa rigorosamente all’aperto) ci saluta esprimendo la grazia innata di questo popolo. Sembra dire: “Aloha a tutti, e benvenuti alle mitiche Hawaii”. Aloha, termine usato come augurio e come saluto, è una parola che non si può tradurre facilmente, ma che definisce e racchiude nel suo significato un intero popolo; un misto di culture asiatiche e americane fuse in maniera perfetta con i geni delle antichissime popolazioni di origine polinesiana. Peccato che la lingua ufficiale sia ormai da tempo l’inglese ma d’altronde anche a Tahiti il musicale idioma locale (composto prevalentemente da vocali) è stato sostituito dal francese. Il clima è meraviglioso e, se non fosse per la carenza di taxi (data l’ora tarda siamo rimasti solo noi all’aeroporto) arriviamo senza il minimo problema al resort della Outrigger prenotato attraverso Internet. L’appartamento che ci hanno riservato è enorme e di pregio, e anche se la vista dalla bella terrazza non è diretta sul mare, è tuttavia accettabile. Ci troviamo a pochi passi dal centro della città di Kona, circa a metà della costa occidentale dell’Isola; all’orizzonte, a 6000 km di distanza, si trova il Giappone. Andiamo a dormire tutti soddisfatti a mezzanotte di venerdì 13 febbraio. A casa sono le 11.00 del mattino di sabato quindi: undici fusi orari in meno e calcolando che siamo partiti da Pordenone alle 05.00 di venerdì significa che siamo in movimento esattamente da 30 ore. Leonardo come se niente fosse si gusta il suo latte al centro del grande lettone della nostra camera. Dato che ci sono solo due camere, il divano letto tocca inevitabilmente a Sandro che signorilmente dice di gradire comunque. 

14\2 sabato
Natura selvaggia

Mi sveglio riposato alle prime luci dell’alba. Fortunatamente il letto è veramente comodo. Riprendiamo il taxi per ritornare all’aeroporto dove noleggiamo una comoda monovolume con sette posti. Sbrigate molto velocemente tutte le formalità partiamo per una prima esplorazione. Sono curiosissimo di vedere tutto e subito ma le dimensioni dell’isola (che ha oltre 400 km di costa) richiederanno circa tre giorni. Oggi decidiamo di dirigerci a nord e miglio dopo miglio arriviamo sulla punta più settentrionale di Hawaii-Big island. Il nome trae origine dalle dimensioni dell’isola che è la più meridionale e la più grande di tutto l’arcipelago hawaiano. Sopra di noi in ordine Maui, Lanai, Molokai, Oahu e Kauai tutte in fila verso nord ovest. In realtà tutto l’arcipelago comprende ben 137 isole, isolette e atolli , infilati come una collana di perle ineguali attraverso il Tropico del Cancro in un allineamento di 2822 kilometri, ma solo le isole elencate sono popolate. La scelta di fermarci a Big Island e non alla più nota Oahu (dove si trova la città di Honolulu e il 75 % della popolazione di tutte le Hawaii) è stata dettata dalla circostanza che in quest’isola si ritrovano riunite tutte le particolarità uniche delle altre isole con in più uno dei pochi vulcani attivi non esplosivi (e quindi a bassissimo rischio) della terra. Tuttavia l’attività vulcanica nella zona è talmente intensa che fra qualche centinaio d’anni spunterà dal mare un’altra isola 32 km a sud est di big island; sta nascendo dal fondo del mare piano piano ed ha già un nome Loihi. In effetti il viaggio è una continua sorpresa. Ad ogni curva il paesaggio cambia; da vulcanico inquietante e secco, a tropicale umido; da un misto di arida savana africana, a verdi e umide distese che ricordano i prati irlandesi. Tutto intorno un mare immenso e blu pieno di balene che ogni tanto saltano fuori dall’acqua. Il clima sulla costa è stupendo con temperature di circa 30 gradi allietati da una perenne brezzolina. Poco prima dell’estremità settentrionale dell’isola dove improvvisamente si formano delle scogliere altissime verticali sul mare ci fermiamo per fare un brunch in un piccolo ma suggestivo paesino chiamato Kapaau. Qui prendiamo confidenza con le abitudini locali, ormai americanizzate, in tema di colazione; muffin giganti, uova e pancetta in quantità industriale. Al rientro ci fermiamo a fare un po’ di spesa a Waimea, un paesino molto piccolo ma dotato tuttavia di un mega centro commerciale che ci ricorda ancora una volta che siamo negli Stati Uniti; anche i carrelli sono giganteschi. Al momento di pagare il conto verifichiamo che il costo della vita è decisamente inferiore a quello di casa nostra anche se in parte ciò dipende dalla nostra valuta che in questo momento è particolarmente forte rispetto al biglietto verde. Approfittiamo della sosta anche per comprare tutti l’uniforme del luogo; una bella camicia hawaiana piena di fiori di onde e di surf. La sera tutti a letto presto; il fuso non perdona. Io mi addormento sulla veranda mentre bevo il caffè.

15\2 domenica
Il vulcano

Dopo una abbondante colazione a base di tutto quello che era possibile mettere in tavola, pancetta e uova, pancakes, burro e marmellata, nutella, pane, biscotti e caffè (il pregiato caffè di Kona) latte, succhi di frutta nonché un buon biberon di latte per il piccolo, partiamo alla ricerca di una spiaggia balneabile; siamo tutti curiosi di testare la temperatura dell’oceano anche se sappiamo non dovrebbe essere particolarmente alta. Va sottolineato che chi viene alle Hawaii pensando alle immagini delle spiagge polinesiane o delle Maldive rimarrà sicuramente deluso, perlomeno a Big Island. Questa è una vera isola e non un atollo con barriera corallina affiorante a creare quelle lagune cristalline calde e calme in cui tutti prima o poi hanno sognato di immergersi. Qui molte coste sono a strapiombo sul mare e trattandosi di isole formate da eruzioni vulcaniche relativamente giovani sono composte prevalentemente da sabbie scure ed il mare può essere descritto con tutti gli aggettivi possibili tranne che con tranquillo. Anche quando le giornate sono belle il mare è sempre generoso di onde; non per niente siamo nel paradiso dei surfisti. Le spiagge effettivamente balneabili sono quindi relativamente poche e sono quelle che, rispetto alle correnti marine principali, si trovano in posizione riparata a formare delle rade. La possibilità di fare immersioni subacquee spettacolari comunque non manca. La mancanza di calde e calme lagune e sopperita dalla presenza di una natura esuberante, da montagne altissime dove si scia tutto l’anno, pascoli dove si allevano animali in libertà, spiagge per amanti del surf estremo, foreste tropicali dove le orchidee crescono come l’erba selvatica, vulcani attivi che hanno creato dei paesaggi lunari mozzafiato. Non esagero dicendo che questo posto potrebbe essere la rappresentazione in miniatura della terra alle origini della vita. Le montagne più alte dell’isola, il Mauna Kea (4205 metri slm) e il Mauna Loa (4170 metri slm) vulcani ormai quiescenti da migliaia di anni, se misurate dal fondo dell’oceano (5800 metri) sono ben più alte dell’Everest. Miglio dopo miglio, l’ingordigia di vedere tutto quello che si trova dietro la prossima curva, ci porta fino all’estremo sud dell’isola a 18,5 gradi di latitudine Nord. A differenza di quello che molti credono non è Key West la terra più meridionale degli Usa ma South Point a Big Island dove si trova anche una spiaggia con una sabbia semipreziosa di colore verde. Questa sabbia è composta da “olivina”, il primo minerale che si cristallizza quando la lava basaltica si raffredda violentemente, ed esiste solo qui in Islanda e sulla Luna. Siamo ormai vicini al Kilauea (1240 metri slm) il vulcano attivo dell’isola, unico vulcano “drive in” al mondo, che ininterrottamente da 10 anni da dimostrazione di forza con uno spettacolo a metà strada tra giorno della creazione e fine del mondo. Dopo aver raggiunto la gigantesca colata che nel 1983 arrivò al mare interrompendo (e tuttora interrompe) la strada costiera meridionale dell’isola decidiamo di riprendere la via di casa. Purtroppo è già sera (a queste latitudini il sole tramonta presto tutto l’anno); lo spettacolo è immenso e meriterebbe più tempo per essere ammirato. Inoltre siamo rimasti anche senza benzina; ci rendiamo conto solo adesso che le stazioni di servizio da queste parti non si trovano con la stessa frequenza con cui si trovano sulle nostre autostrade. Rientriamo a Kona molto tardi e molto stanchi. 

16\2 lunedì
Collasso da fuso orario

Per riprenderci della faticaccia di ieri oggi decidiamo di rimanere nei dintorni di Kona magari prendendo un po’ di sole. Cristina e Caterina non riescono a resistere alla tentazione di fare il primo shopping nella cittadina che ci ospita, la quale, mi sembra giusto ricordare, è anche la patria d’origine del Triathlon. Io e gli altri proseguiamo in auto per qualche miglio a nord verso la Kohala coast a caccia di spiagge da cartolina; naturalmente ne troviamo più di una degna di nota, tutte molto belle e con caratteristiche molto diverse una dall’altra. Ad Hapuna Beach troviamo anche l’unica spiaggia dell’isola con sabbia bianca. A metà giornata ci ritroviamo tutti a pranzo in appartamento davanti a un bel piatto a base di spaghetti alla carbonara preparato da Cristina che ci ricorda un po’ casa, anche se nessuno ne sente ancora la mancanza. Il pomeriggio del secondo giorno agli antipodi è sempre il più duro ed infatti nessuno riesce a sopravvivere ad un “piccolo” riposino che ci porterà via tutto il pomeriggio. Finalmente la sera si esce; tra una mai-thai e l’altro scopriamo che Kona è piena di locali molto piacevoli. Ne scegliamo uno vista oceano che ci servirà dell’ottimo pesce (assaggeremo il famoso mahimahi) con abbinamento di eccellenti vini californiani. L’atmosfera del luogo è particolarmente rilassata e tranquilla; febbraio non è un periodo di grande affluenza turistica alle Hawaii. 

17\2 martedì
Spiagge da cartolina

Oggi decidiamo di spiaggiare come balenotteri smarriti. Dopo la solita abbondante colazione ci rechiamo a colpo sicuro in una delle spiagge che avevamo individuato i giorni scorsi e precisamente ad ‘Anaeho ‘Omalu Bay. Altissime palme, protese verso il mare, sole accecante, sabbia nera, mare blu, come in una cartolina. Nell’ozio più totale scopriamo che questo mare oltre a dare al largo i segni dell’attività di numerose balene, a riva offre lo spettacolo di numerose tartarughe (giganti) che non sembrano per niente disturbate dalla nostra presenza. La piccola baia relativamente calma in cui ci troviamo è una delle tante di fronte al gigantesco complesso turistico denominato Waikoloa Resort; posticino faraonico tanto bello da far sembrare finta anche la natura circostante ed evidente luogo di villeggiatura di statunitensi facoltosi. Effettivamente il posto è meraviglioso ma la natura forzatamente adattata a plastici e immacolati campi da golf con paperette nei laghetti disseminati qua e la, non convince. Trovandoci poi in una zona dell’isola che naturalmente è ricoperta di alti strati di lava nera, queste strutture assumono l’aspetto di cattedrali nel deserto. La bella scottatura che ci provoca questo fortissimo sole tropicale ci ispira una cena a base di carne alla griglia. L’idea è stata azzeccata anche perché la materia prima è tra le migliori al mondo. A proposito di conduzione di allevamenti bovini scopriamo che gli allevatori delle Hawaii già nel 1908 avevano vinto il Frontier Day Rodeo di Cheyenne nel Wyoming ed uno dei Cowboy più famosi di Waimea, Ikua Purdy è uno dei pochi eletti ad essere iscritto nel National Rodeo Cowboy Hall of Fame dell’Oklahoma. 

18\2 mercoledì
I giardini di Hilo 

Oggi ci rimettiamo in marcia per visitare la parte più rigogliosa umida e ventosa dell’Isola, la costa orientale e la sua capitale Hilo; seconda città per importanza, famosa per i suoi giardini rigogliosi. Attraversata l’Isola da parte a parte, sbuchiamo circa a metà della costa orientale. Nonostante sia una bellissima giornata, ci rendiamo subito conto del perché non ci sono insediamenti turistici da queste parti. Il mare ha tutt’altro aspetto della costa occidentale, sembra più scuro, più profondo e minaccioso e su tutta la sua superficie si nota una uniforme schiuma bianca provocata dalle raffiche di vento e dalle gigantesche onde. Le coste sono prevalentemente a picco sul mare con poche possibilità di discesa. Tutto intorno una natura rigogliosissima e in certi tratti impenetrabile. Corsi d’acqua impetuosi che si gettano nel mare dall’alto degli scogli o hanno scavato delle gole costringendo gli abitanti di questa parte dell’isola a collegare le varie località con viadotti così alti da togliere il fiato. Non oso immaginare lo stato del mare quando le condizioni metereologiche sono pessime o quando arrivano i terribili e frequenti maremoti che qui chiamano Tsunami; il più recente ha raso al suolo l’intera Hilo. Poco prima di Hilo decidiamo di fare una breve deviazione per le Akaka Falls un parco naturale che conduce attraverso sentieri un po’ impegnativi ad un paio di bellissime cascate. L’umidità altissima e la vegetazione mi ricorda molto la zona del Caribe in Costa Rica. Provvidenzialmente, prima di entrare nel parco, ci dissetiamo facendo colazione a base di frutta tropicale in un chiosco improvvisato gestito da una ragazza dai lineamenti decisamente orientali. Usciti dalle Akaka Falls, riprendiamo la strada principale che da questo punto in poi viene meritevolmente denominata sulle carte geografiche come “Scenic Route”. In effetti il paesaggio è molto bello e una fermata presso un giardino botanico tropicale ci consente di ammirare molto da vicino una ineguagliabile natura hawaiana costellata dai colori di mille varietà di orchidee. Dopo aver pranzato in uno dei pochissimi ristoranti del luogo a base di cheeseburger orripilanti, birra annacquata e patatine rifritte, lasciamo la cittadina di Hilo che alla fine, senza un motivo specifico, ci delude parecchio. Nonostante avessi letto sulle guide che questo paesino rappresenta la più grande comunità asiatica delle Hawaii, forse non mi aspettavo di trovare una omologata chinatown tropicale. Per il rientro ci inoltriamo per l’altra strada di collegamento con la costa occidentale che passa tra il Kilauea il Mauna Loa e il Mauna Kea. Se la strada percorsa all’andata aveva i caratteri di una normalissimo percorso viario abbastanza trafficato e sul quale si trovano piccoli ma numerosi centri abitati, quella che stiamo percorrendo in questo momento è invece molto particolare; il paesaggio circostante è tale che sembra di viaggiare nel tempo. Dalle foreste calde e tropicali intorno ad Hilo passiamo attraverso luoghi immersi nella nebbia completamente disabitati e con una vegetazione strana e quasi spettrale. Scrutando il mio Gps mi accorgo che, nonostante la strada sia pressochè rettilinea stiamo salendo di altitudine con una velocità impressionante. Nel giro di pochissimi minuti attraversiamo infatti le nuvole che stanno generando da qualche miglio una fastidiosa pioggerella, e ci ritroviamo a quota 2600 metri sotto un cielo incredibilmente terso con un sole rossissimo all’orizzonte. Raggiunta quota 3000 decidiamo di fermarci per la nostra incolumità fisica. Passare in pochissime ore dal livello del mare a quote così elevate non è molto salutare, in particolar modo per i bambini; il rischio è quello di contrarre un edema polmonare a causa del repentino sbalzo di pressione atmosferica; se reduci da un’ immersione subacquea si rischierebbe la vita. Mentre abbiamo il privilegio di assistere ad uno dei tramonti più belli del mondo, in mezzo all’oceano pacifico sulla montagna più grande della terra, dalle nuvole vediamo in lontananza spuntare a nord ovest l’isola di Oahu che ospita la famosa Honolulu. Ormai è notte e quindi ci rimettiamo a malincuore in camino verso casa. La curiosità di vedere spuntare le stelle ci costringe ad una ulteriore sosta poco prima di rituffarci nella densa cortina di nubi che ci aspetta poco sotto. Questo è un osservatorio privilegiato per l’osservazione del cielo tanto che sulla cima del Mauna Kea a 4200 metri, a fianco degli impianti sciistici, esiste uno degli osservatori astronomici più importanti degli Stati Uniti (Keck I e II). Ritorniamo sotto le nuvole, e dopo un paio d’ore di paesaggi di lava seguiti da foreste, steppe, prati, pioggia e freddo, ritroviamo il cielo stellato e una mite temperatura appena in vista della costa occidentale. A kona oggi c’è stata, come sempre, una tranquilla giornata di sole. Quando mi corico non riesco a fare a meno di pensare alla stranezza che i termini geografici assumono in questo posto: ad occidente c’è il Giappone ad oriente gli Stati Uniti d’America.

19\2 giovedì
Ozio e Ostriche

Ho deciso di non fare niente tutto il giorno. Tutti d’accordo, passiamo la giornata sulla piscina salata fronte mare con vasca idromassaggio. Non ho nemmeno voglia di prendere appunti sulla mia moleskine. Piccolo sforzo nel pomeriggio per andare a comprare il necessario per approntare quella che sarà in seguito la nostra abitudine serale: aperitivo al tramonto sulla terrazza vista mare dell’attico del nostro resort a base di ostriche giganti e chardonnay californiano….per oggi mi sembra più che sufficiente.

20\2 venerdì
Big Wave

Quando apro gli occhi mi rendo conto che c’è qualcosa di strano nell’aria; il rumore del mare non è quello dei primi giorni. Forse è arrivato il brutto tempo . Incuriosito esco sul terrazzo del nostro appartamento ma il tempo sembra tutt’altro che brutto; è una bellissima giornata e neanche particolarmente ventosa. Allora perché sento dei fortissimi e continui tuoni ? Perché in giro c’è una strana animazione ? La risposta arriva quando per la prima volta riesco a vedere il mare. Maestose onde si frangono sulla costa provocando lunghissimi tuoni; quelle più grandi fanno vibrare la terra e la cassa toracica. L’aria è tutta piena di minuscole goccioline d’acqua azzurra che creano dei mini arcobaleni . Io sono letteralmente incantato e senza parole; gli abitanti dell’isola giovani vecchi, donne e uomini, sono invece impazziti da questa atmosfera elettrizzata e si riversano a frotte con i loro mega pick up carichi di tavole su ogni insenatura dell’isola. Da oggi per noi sarà praticamente impossibile fare una bagno in mare. Per motivi di sicurezza tutte le spiagge balenabili recano le insegne di pericolo molto eloquenti “dangerous shorebreak” “high surf””strong current” “if in doubt dont’go out”. Io rinuncio senza il minimo problema al bagno di fronte ad uno spettacolo così meraviglioso. I locali ci snobbano dicendo che non sono poi onde particolarmente grandi !!!! (qui si sono viste onde alte 30 metri). Dato l’affollamento delle coste, penso che da queste parti il moto ondoso dispensi per Legge le persone dal recarsi al lavoro. 

21\2 sabato
Gnam gnam, slurp slurp

Avendo già percorso tutta l’isola in lungo e in largo decidiamo di cambiare auto e passare ad una meno pratica ma più ludica cabriolet. Dopo la solita pantagruelica colazione e ritirata la convertible passiamo subito a testare la brezza in velocità sul lungomare di Kona; da queste parti la cabriolet è sicuramente l’auto ideale per chi non gira sempre con la tavola da surf al seguito. Parlando di auto scopriamo che negli USA queste costano in media, tasse incluse, il 50% in meno che in Europa; e non solo le auto americane ma anche i marchi come Mercedes WV e BMW. Com’è possibile !!! L’incredulità è tanta ma dopo diverse verifiche accertiamo che esiste proprio una differenza così marcata. Ciò significa che calcolando anche i costi di trasporto oltre oceano, e il cambio della valuta, o qui vendono le auto sottocosto o da noi hanno un ricarico di almeno il 60%. E pensare che gli americani in questo periodo sono inferociti perché la benzina per loro non è mai stata così cara (circa 0,25 cent di euro al litro). Le onde non si sono placate quindi passiamo gran parte della giornata ancora in piscina sulla quale, nonostante le adeguate protezioni, arrivano ad ogni ondata gli spruzzi del mare. Oggi ci dedichiamo ad abbuffate varie; prima hot dog carichi di ketchup colante sulle dita e birra a fiumi, aperitivo a base di ostriche in terrazza e poi in serata ottima carne presso la più prestigiosa Steak House di Kona (strepitosa l’”outback rack lamb”). Dimenticavo che dopo “approfondite indagini di mercato” abbiamo anche trovato il locale dove servono il migliore mai-thai dell’isola. Oggi penso di essere ingrassato…..

22\2 domenica
Giro in cabrio

In mattinata troviamo una piccola spiaggetta riparata adiacente al nostro resort che ci consente di sentirci più vicini a questo mare ormai implacabile. Lanfranco stà poco bene da ieri sera (proprio quando stava per organizzare la gita ad Honolulu) e rimarrà a letto (probabilmente ha preso un colpo di sole). Nel pomeriggio io e Sandro, che non amiamo molto stare fermi in spiaggia, facciamo un giro in auto ritornando sulle strade percorse il primo giorno con deviazione all’unico punto dell’isola ancora non visitata: la Waipi’o Valley e Hiwa. Qui esiste una scogliera mozzafiato che si apre su una vallata lussureggiante e protetta dove sembra vi siano le tracce dei primi insediamenti di quest’isola. In questa valle si coltiva un particolare tubero, il taro, prodotto tipico di quest’isola e con il quale si prepara una pietanza tipica, il “Poi”, una pasta color porpora che onestamente non ho mai avuto il coraggio di assaggiare. Al nostro rientro vengo insultato pesantemente da Cristina perché l’ho lasciata sola tutto il pomeriggio. In serata cena in uno stupendo locale proteso sul mare. Maestose e rumorose onde sono tutte intorno a noi. Tuttavia lo spettacolo del mare è notevolmente migliore della cena, ma non si può avere sempre tutto.

23\2 lunedì
Ozio prima della partenza

Lanfranco non si è ancora ripreso. Giornata passata al mare e in piscina. Le onde sono sempre più grandi; guardando in direzione del Giappone penso che probabilmente da qualche parte all’orizzonte ci sarà stata una violenta burrasca per provocare così il mare. A Kona il tempo è sempre bello. Ancora balene vicinissime alla costa; ne vediamo diverse dalla piscina del nostro resort. A dire il vero vediamo solo lo spruzzo e poi la coda nel momento in cui si immergono. I loro spettacolari salti li riservano solo a chi ha tanta pazienza. Onestamente vorrei rimanere ancora qualche giorno; penso che sentirò la mancanza di questo posto. Passo tutto il tempo inebetito a guardare e sentire il rumore del mare che non intende placarsi. Questa sera dobbiamo partire e dopo cena prepariamo i bagagli. All’aeroporto imbarco un po’ complicato a causa dei serrati e inaspettati controlli antiterrorismo. Il viaggio tuttavia è confortevole e mi consente di riposare. Leonardo dorme durante tutto il volo. 

24\2 martedì
California - San Francisco e dintorni 

Dopo un breve scalo tecnico a Los Angeles arriviamo in una San Francisco bagnata da un recente acquazzone ma tutto sommata non troppo fredda da farci rimettere il cappotto. Viaggiare di notte tutto sommato non è stata una cattiva idea; inoltre in questo modo abbiamo recuperato quasi una giornata. Nell’albergo, trovato in centro a pochi metri dalla famosa zona portuale del Fisherman’s Wharf e del Pier 39, veniamo accolti gentilmente prima dell’ora prevista per il check-in. Prima di pranzo siamo quindi già completamente operativi e pronti a scoprire le meraviglie di questa città. Considerato che le condizioni meteorologiche non sono ottimali per passeggiare nel downtown decidiamo di noleggiare un auto e di farci un giretto panoramico dei dintorni. Il primo posto che suscita curiosità è inevitabilmente il maestoso Golden Gate verso il quale ci dirigiamo subito. Percorse le due miglia della sua lunghezza ci troviamo dall’altra parte della baia. Proprio al termine del grandioso viadotto color rosso mattone costruito negli anni 30 si trova un punto panoramico molto suggestivo dal quale si ammira tutto lo skyline della città e la baia con l’isola di Alcatraz. Tappa obbligata dopo il Golden Gate è il caratteristico paesino di Sausalito dove pranziamo all’americana a base di uova strapazzate, patate, salsicce, salse indefinibili e caffè a tinozze. Nel frattempo esce anche il sole così ci possiamo permettere anche una passeggiata. Sausalito che si trova ai piedi del rilievo che protegge a nord ovest la baia di San Francisco dall’oceano pacifico è molto caratteristica sembra rimasta una cittadina d’altri tempi con casette piccole di legno e molti negozi e localini carini. In un bar dove ci fermiamo a bere qualcosa, scopriamo che il proprietario è un giovane Italiano. Non è molto loquace ma ci fa capire che è molto contento di aver scelto di venire a vivere qui. Al rientro da Sausalito risalendo il rilievo e prima di riimmeterci sul Golden Gate deviamo per Bonita Point lighthouse e scopriamo che la strada che porta al faro posto verso l’oceano offre delle vedute selvagge che contrastano tantissimo con quelle dello Skyline della metropoli visibili contestualmente dal lato opposto. Per rientrare all’albergo scegliamo la via più panoramica possibile e quindi imbocchiamo all’altezza del “Presidio” la famosa “scenic route 49” che ci consente di ammirare tutti i punti panoramici di San Francisco compreso quello godibile dall’inizio della tortuosa “Lombard Street”. Ritorniamo in albergo pensando già al meraviglioso granchio che ci gusteremo al Fischerman’s Wharf; a riguardo abbiamo la fortuna di trovarci qui nel periodo migliore dell’anno e cioè quando i granchi sono più numerosi e gustosi. I locali sono tutti molto attraenti e quindi ne scegliamo uno a caso senza pericolo di sbagliare. Ottima la cena anche se per tutta la sera siamo perseguitati dal proprietario che ha scambiato Lanfranco per il giocatore di calcio Gianluca Vialli (in effetti esiste una certa somiglianza). Lasciarglielo credere non ci è costato niente e così ci siamo divertiti tantissimo. Il proprietario del locale quando ce ne siamo andati a momenti gli veniva da piangere per l’emozione di aver conosciuto un suo idolo. L’idea di fare un giro sul famoso “Hide St. Cable Car” presente in metà delle cartoline di San Francicsco, viene rimandata a domani perché dopo mezzanotte non circola più.

25\2 mercoledì
Monterey Peninsula e Cannery Row

Piove a dirotto. Il nostro programma di viaggio deve necessariamente fare i conti con le pessime condizioni atmosferiche. Decidiamo comunque di inoltrarci verso Monterey attraverso la tanto decantata highway 1, la prima strada che ha collegato le città di San Francisco e Los Angeles. Questa strada è molto famosa perché costeggia costantemente la linea costiera della California offrendo scorci panoramici molto belli e selvaggi. Solo raramente si incontrano delle zone abitate e la prima di queste, scendendo verso sud, è quella che si sviluppa attorno alla penisola di Monterey. Il percorso che abbiamo programmato pur essendo relativamente breve, non è molto scorrevole, anche a causa del maltempo, e ci obbliga a tenere delle medie di marcia molto basse ulteriormente ridotte dalle continue soste per ammirare il panorama. Ciò fa si che arriviamo a Monterey nel pomeriggio inoltrato e non ci consente di raggiungere la meta che era stata fissata in Big Sur. Data l’ora tarda ci rimane solo il tempo di un rapido passaggio nella splendida zona residenziale sul lungomare di Monterey e di un caffè in un bar della famosa Cannery Row, tanto decantata nelle novelle John Steinbeck; strada caratteristica e bella senza dubbio ma ormai troppo esclusivamente turistica. La bellezza di questa penisola è tanta che fra qualche giorno decideremo di passare di nuovo da queste parti. Rientro affrettato a San Francisco nella notte. Per vari motivi oggi non siamo riusciti a sfruttare nel modo più proficuo e meno affaticante la nostra giornata; servirà di lezione in futuro nel calcolare meglio i tempi di percorrenza che dovranno tenere debitamente conto non solo della distanza ma anche della viabilità e delle condizioni atmosferiche. 

26\2 giovedì
Partenze

Ultimo giorno con il mio Cucciolo, Cristina e Caterina. Il nostro circo è ormai diventato di una lentezza pachidermica quindi, nonostante tutte le buone intenzioni prima delle undici non riusciamo nemmeno a fare colazione. Piove ancora ma questo non impedisce alle ragazze di fare le ultime spese e a tutti di fare un ultimo passaggio in “Union Square & Civic Center”. Visitiamo anche piazza “Levi’s” dedicata all’inventore del famoso Jeans presso la quale la omonima società a istituito un museo al denim. Ora ci aspetta l’aeroporto internazionale. Sbrigate abbastanza velocemente le formalità e assicurati della partenza delle ragazze ora la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta solo alla distanza che ci separa da Miami. Quando vedo Cristina e Leonardo allontanarsi mi prende però un morso in gola e non riesco a trattenere le lacrime. Considerato il percorso che ci aspetta nei prossimi giorni sostituiamo la nostra Chevrolet monovolume con un più pratico fuoristrada. Alla compagnia di autonoleggio ci lasciano la scelta di decidere autonomamente quale auto prelevare dai garages e dopo qualche titubanza tra gigantesche Blazer e Continental optiamo per una più maneggevole Jeep Cherooke che oltretutto sul tachimetro segna poche decine di miglia. Lasciamo la costa per dirigerci verso l’interno della Sierra Nevada. Il nostro prossimo obbiettivo è il parco di Yosemite. Dopo qualche centinaio di miglia percorse in un fitto groviglio di centri urbani all’improvviso ci troviamo completamente isolati. In tutti gli Stati Uniti capita spesso di verificare una simile situazione; in poche miglia ci si ritrova dal caos più assoluto al nulla cosmico senza una via di mezzo. Le condizioni meteo non sono ancora migliorate e comincia a venirci il dubbio che forse potremmo avere dei problemi a raggiungere Yosemite considerata la sua altitudine. Dopo la cittadina di Oakdale la strada è spaventosamente desolata e non c’è più segno di vita. L’ora tarda, la visibilità scarsa e la presenza di neve fresca ci consigliano di fare una sosta. L’ultimo avamposto abitato composto da quattro case e un campeggio che troviamo sulla nostra carta geografica prima di affrontare l’ultima salita a Yosemite si chiama Groveland. Troviamo alloggio in un hotel che sembra una casa delle bambole dove divideremo in tre una camera appena sufficiente per due. Saranno i pupazzetti che decorano la stanza ma vado a dormire con la nostalgia di Leonardo. Speriamo che le condizioni meteorologiche migliorino altrimenti prevedo grossi problemi. 

27\2 venerdì
Neve Montagne e Sequoie - Yosemite

Una luce fortissima penetra della tende della camera. Il sole finalmente ha fatto capolino tra le nuvole riflettendosi sulla neve candida e riscaldando l’aria frizzante. L’umore sale alle stelle e ci carica per questa nuova giornata di avventura. Generalmente fino ad aprile questo parco non è particolarmente frequentato; dopo qualche ora non abbiamo ancora incrociato una macchina e la strada è sempre più imbiancata ed in salita. Ci conforta la solidità della nostra Jeep e l’inserimento delle quattro ruote motrici. A qualche miglio dall’ingresso del parco ci accorgiamo della presenza di grossi cartelli gialli che ci impongono di continuare solo se dotati di catene montate ai pneumatici. Noi naturalmente snobbiamo le ripetute indicazioni pensando che si tratti di prescrizioni rivolte a qualche guidatore imbranato a bordo di berline impacciate nel fuoristrada. Purtroppo all’ingresso del parco ci rendiamo conto che quelle indicazioni erano destinate a tutti i visitatori indistintamente, compresi i piloti di rally finlandesi. In poche parole il guardia-parco all’ingresso ci intima: o montate le catene o tornate a casa. Alternativa alettante visto che abbiamo impiegato un giorno di viaggio nel nulla per arrivare quassù. Fatalmente pochi metri subito dopo l’ingresso notiamo la presenza di un “chain installer” con tanto di giubbino sponsorizzato che per la modica somma di 100 dollari si presta a venderci (affitto non contemplato) e montarci le catene sulla nostra Jeep. La scena (molto partenopea) ci provoca un misto di ilarità e rabbia e alla fine cediamo al ricatto. La valle è bellissima e il fatto che non ci sia nessuno in giro la rende ancora più attraente. Quando dopo qualche ora arriviamo nel cuore di Yosemite (la Yosemite Valley) il sole ha talmente riscaldato il fondo valle che per lunghi tratti non c’è più neve sulla strada; le continue ammonizioni dei ranger ci inducono tuttavia a tenere montate ancora le catene che però in queste condizioni disturbano notevolmente il comfort di marcia. Il panorama ci induce a continue soste tra le quali meritano menzione quelle per ammirare il monolito granitico più grande della terra denominato El Capitan con la sua parete orizzontale di oltre 1000 metri, le cascate Yosemite Falls (salto di 750 metri), la cascata Bridalveil, nonchè l’altro gigantesco monolito con la caratteristica testa mozzata denominato appunto Half Dom. Della fauna locale abbiamo la fortuna di ammirare numerosi lupi appisolati sotto il sole o in attesa di qualche briciola di cibo da parte dell’immancabile visitatore incosciente e irrispettoso dei frequenti avvisi “don’t feed animals”. Anche l’albergo più famoso di Yosemite, l’”Ahwahnee”, merita una visita approfondita considerata la sua storia e la sua bellezza. Come la casa delle bambole di Groveland anche questo albergo è inserito in un particolare albo delle case storiche tutelate dallo Stato americano e, anche se particolarmente caro, non mi dispiacerebbe esserne ospite almeno per una notte . Purtroppo causa la recentissima e abbondante nevicata molte strade del parco sono state chiuse e questo ci costringe ad imboccare in breve l’unica strada che si dirige verso sud che per fortuna ci conduce anche ad un altro luogo meritevole di essere visitato ; il “Mariposa grove of giant sequoia”. Anche la parte terminale della strada che entra nel sito delle sequoie più grandi del mondo è purtroppo interrotta per neve: armati solo di scarponi affrontiamo a piedi l’ultimo tratto del percorso; faticoso e più lungo del previsto. L’ingresso del “Mariposa grove” è segnalato da un cartello apposto ai piedi di una “piccola” sequoia alta come un condominio di 25 piani. Nel frattempo inizia nuovamente a nevicare. Il luogo è completamente abbandonato e le strutture turistiche che normalmente in estate sono attivissime sono tutte chiuse e sotto un paio di metri di neve. Leggo che le sequoie sono potute diventare così gigantesche e durare migliaia di anni (il famoso “generale Shermann” è alto 84 metri, largo 9, e sembra abbia più di 3500 anni) perché il legno di cui sono composte ha una qualità talmente scadente da non essere utilizzato nemmeno come legna da ardere. Sono comunque degli alberi bellissimi da vedere. A questo punto inevitabile foto di rito all’interno della base di una gigantesca sequoia (dove non saremmo dovuti entrare) ci affrettiamo per ritornare all’auto; il sole sta tramontando velocemente nella valle e la neve cade con sempre più insistenza. Anche oggi le condizioni atmosferiche sono state in grado da sole di rovinare tutto il programma e a modificare pesantemente anche la pianificazione dei giorni successivi. L’uscita da Yosemite è molto più rapida del previsto e prima di sera siamo già scesi dalla Sierra Nevada. Durante il tragitto ci convinciamo che la visita prevista nei prossimi giorni al “King’s Canyon National Park” non ha molto senso considerate le condizioni in cui abbiamo trovato Yosemite e quindi all’ultimo momento decidiamo di fare la prima variazione importante alla nostra “road map”. Invece di proseguire fino a Barstow lungo la fascia centrale della California, deviamo prima di Fresno, capitale dell’uva passa (che non deve essere niente di speciale considerato che su quattro guide, compresa la Lonely Planet, non ne troviamo menzione) per riprendere la HWY1 all’altezza di Monterey proprio nel punto dove eravamo arrivati il giorno 25. Da li proseguiremo sulla costa fino a Los Angeles; se troveremo brutto tempo almeno non serviranno le catene il pile e gli scarponi. La sosta per la notte la facciamo a Los Banos. Il motel dove ci siamo fermati è gestito da uno strano individuo, forse di origine indiana, non parla nemmeno l’inglese e le stanze sono abbastanza spartane (per non dire altro) ma considerato il prezzo che ci viene richiesto (10 dollari a testa) e la stanchezza accettiamo di buon grado. Il paese da fine del mondo che si trova ad un centinaio di miglia da Monterey è a dir poco allucinante. Una lunga fila di case anonime, piccole, di forma cubica si susseguono lungo la strada in una piana semidesertica per alcune miglia; ogni tanto si vede qualche spettrale fast food e qualche distributore di benzina dotato di drugstore. Luci tristi illuminano il tutto nessun segno di storia di cultura o di qualsiasi tipo di attività o amenità. La domanda che ci poniamo inevitabilmente la seguente: come si fa a vivere in un posto come questo? La domanda la ripetiamo alla gentilissima cameriera dell’unico locale che ha il parcheggio pieno di auto nel quale ci fermiamo a mangiare. La risposta è semplice: la vita del paese, ci dice la giovane cameriera dell’”Espana”, gira semplicemente attorno a questo locale e all’annesso “disco bar”, affollatissimo e pieno di gente poco sobria già alle otto di sera. Contenti loro…. 

28\2 sabato
Dalle stalle alle stelle – Los Banos Santa Barbara

In motel calcolo che la giornata recuperata saltando la visita al “King Canyon NP” la perderemo a causa della notevole lunghezza della deviazione; lunghezza che non appariva tale da un primo approssimativo calcolo. Senza renderci conto siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. Oggi percorreremo la tappa più lunga; quasi mille kilometri. Lasciata Los Banos alle spalle ci dirigiamo dritti a Monterey; questa volta non intendiamo perderci la stupenda “17miles drive” dove tutte le persone più ricche d’america sognano di avere, oppure già hanno, una casa fronte mare. Le soste panoramiche non finiscono mai e quindi nel primo pomeriggio arriviamo solo a Big Sur. Il nome delle località che d’ora in poi incontreremo ci ricordano chi furono i primi colonizzatori di queste terre e che il confine con il Messico è sempre più vicino. Un paio di messicani sono i gestori della tavola calda dove ci rinfranchiamo a Big Sur. Vicino al nostro tavolo, ormai servito a base di spremute d’arancio, verdure grigliate, e uova strapazzate osserviamo che una ragazza, apparentemente istruita e benestante, ordina per pranzo un omologatissimo piatto di hamburger patatine fritte e coca cola senza nemmeno valutare la ricca offerta di pietanze alternative in menu. L’episodio offre spunti per discussioni sulla globalizzazione. Riprendiamo il cammino verso sud sempre con l’oceano pacifico alla nostra destra, e passando senza fermarci per l’antica colonia di Louis Obispo arriviamo a Santa Barbara. La cittadina balneare è meravigliosa a dir poco; a mio parere la più bella località turistica di tutta la east coast. La via principale è piena di vita grazie anche a locali aperti fino a tardi e ristoranti originalissimi dedicati a tutte le cucine del mondo. Complessivamente tutto assume un aspetto molto elegante ed anche la gente è insolitamente bella da sembrare quasi selezionata. Se potessi tornare indietro pianificherei un giorno in più in questo bellissima località. Purtroppo ora non possiamo proprio permetterci questo lusso; recuperare un giorno è un impresa difficilissima e siamo già in ritardo. 

29\2 domenica
La città degli angeli

Sandro ritarda la partenza di almeno un paio d’ore. Problemi con le telecomunicazioni internazionali. Si arrabbia anche quando glielo facciamo notare. L’abbondante buffet dell’albergo ci autorizza al furto di alcune banane “da viaggio”. Ancora un giro per il centro di S. Barbara e quindi partenza per il “tour de force” di Los Angeles. Avendo già visitato in passato questa metropoli e non essendo stata programmata come meta, mi permetto di suggerire una selezione di luoghi da non perdere tra i quali le località settentrionali di Ventura, S.Monica, la spiaggia di Venice, il Sunset Boulevard, le ville di Beverly Hills, la famosa strada delle firme della moda Rodeo Drive, quindi Hollywood boulevard (troveremo la zona del Chinese Theatre interdetta per la imminente cerimonia della consegna degli Oscar) e per finire immancabile foto della gigantesca omonima scritta sulla collina di Hollywood dall’osservatorio Griffith. Tutto questo in mezza giornata senza fermarsi nemmeno a pranzo. Prima di sera siamo già in viaggio verso il Nevada. Ci fermeremo solo poche miglia prima del confine attratti come falene dalle insegne di un mega outlet di firme famose nella località di Lenwood. Siamo a qualche minuto da Barstow dove ci ricongiungeremo al tracciato originale della nostra road map che avevamo interrotto poco prima di Fresno. La serata non offre niente di particolare anzi proprio niente (potremo assimilare questo posto a Los Banos) quindi andiamo a letto presto in un dignitoso motel. In tre giorni abbiamo percorso metà delle strade della California. 

1\3 lunedì
Las Vegas - Nevada

Dopo aver passato quasi una mattinata dentro il centro commerciale spendendo tra l’altro una cifra consistente, riprendiamo la strada per Las Vegas. Una piccola deviazione ci permette di attraversare il parco nazionale del Mojave. Questo posto è particolarmente famoso per le musicali “Kelso Sand Dunes” (dune di sabbia alte fino a 183 metri che emettono strani suoni) e i bellissimi “Joshua Tree”. A dir la verità non riusciamo ad udire alcun suono provenire dalle dune sabbiose ma il paesaggio è comunque molto affascinante. Il sole, oggi un po’ spento, non esalta gli effetti cromatici della sabbia ma in compenso non ci cuciniamo nell’auto. Proprio qui vicino, nella Death Valley, si registrano le temperature più alte della terra. Arriviamo a Las Vegas, la città delle insegne luminose e del gioco d’azzardo, poco prima dell’imbrunire. Lo “Strips” (il viale principale di L.V.) si è arricchito da poco di nuove spettacolari attrazioni come quelle offerte dal “Mandalay” dal “Venetian” o dal “Bellagio” riducendo alberghi famosissimi come il “Caesar Palace” o l’”Excalibur” ad edifici inanimati pronti per la demolizione. Tutta la città si è enormemente ingrandita ed ha perso quel poco di umanità che le derivava proprio dal fatto di non essere ancora una megalopoli. Un posto come questo presenta tuttavia dei vantaggi anche per chi non ama particolarmente il gioco d’azzardo (anche se qualche dollaruccio si può sempre spendere). Gli alberghi, anche i più prestigiosi costano relativamente poco in rapporto al livello del servizio offerto, mentre per quanto riguarda il cibo non c’è che l’imbarazzo della scelta; basta avere con se pochi spiccioli. Devo ammettere che le il “Venetian” è veramente bello, e la ricostruzione in scala 1:1 del campanile di S.Marco è solo una delle sue particolarità. Al suo interno hanno ricreato anche un canale dove si può fare un giro in gondola. Unico appunto che possiamo muovere alla direzione: il gondoliere canta “ o sole mio”. Forse hanno assunto un gondoliere napoletano!!!. Le fontane del Bellagio invece sono magiche; degli enormi idranti posti appena sotto al livello dell’acqua dell’enorme lago artificiale fronte albergo, schizzano potenti getti fino a 20 metri d’altezza creando giochi d’acqua che danzano a suon di musica. La gestione di questa attrazione è affidata ad impianti con tecnologie sofisticatissime e da centinaia di pompe potentissime che fanno tuonare l’acqua. Dopo aver consumato le suole tra ristoranti e sale da gioco di tutti i casinò del centro ce ne andiamo a dormire al Sahara, antico, modesto ma oltremodo tranquillo. Prima di addormentarmi rifletto sul fatto che Las Vegas è diventata mostruosa e quasi inconcepibile.

2\3 martedì
Zion - Utah

Dopo aver recuperato lo zaino che avevo dimenticato con tutti i miei documenti dentro ad un’internet caffè, lasciamo il Nevada e ci dirigiamo verso il vicino confine con lo Utah; il paese dei poligami Mormoni. La nostra meta è il parco naturale di “Zion”, scelto all’ultimo momento tra i tantissimi parchi naturali situati nella zona meridionale dello Utah. Il viaggio si svolge tranquillamente; il traffico è molto scarso e la natura circostante molto bella e rilassante. Mi aspettavo di vedere i mormoni tutti vestiti di nero e a bordo di calesse; solo dopo un approfondimento ho capito che quel tipo di persone sono solo una piccolissima comunità chiamata “hammish”. Arriviamo a “Zion” abbastanza presto trovando alloggio nello storico “Zion Lodge” (cosa impensabile d’estate stando alle indicazioni della guida) Approfittiamo così della tranquillità del posto per rilassarci un po’ e disintossicarci dalla folle Las Vegas. Serata sulla sedia a dondolo davanti al caminetto acceso leggendo un libro e prendendo questi appunti. 

3\3 mercoledì
Nella terra Navajo

Zion significa “il paradiso”. Il ricordo più forte che mi è rimasto di queste zone sono le gigantesche pareti di arenaria colore rosso mattone del canyon alte anche 700 metri, enormi rocce dalle forme stranissime causate dall’erosione (prevalentemente immensi archi), e le splendide piscine naturali chiamate Emerald Pool che abbiamo potuto ammirare durante una escursione. Nel primo pomeriggio siamo già a valle e visitiamo il resto del piccolo parco in auto; sostanzialmente Zion è una stretta valle che ad ogni curva ripropone diversi anfiteatri naturali e rocce dalle forme originali. Usciti dalla valle ci inoltriamo sulla bellissima e solitaria strada che, costeggiando il parco di “Bryce” conduce a Kayenta. Il percorso ci permette di ammirare diverse particolarità morfologiche di questa zona come le formazioni rocciose che formano il “Grand Escalante Staircase”; queste terre hanno la particolarità di trasmettere un senso di immensità che poche altre al mondo hanno. In serata entriamo trionfalmente nella tanto celebrata “Monument Valley” e nonostante le aspettative fossero molto alte la sua vista desta una fortissima emozione soprattutto al tramonto. Troviamo accomodamento nell’unico hotel dei dintorni gestito direttamente da Navajo. Dopo cena torniamo nella valle per una visita notturna con la luna piena. Siamo tutti in religioso silenzio; momento indimenticabile. Anche se non abbiamo approfondito molto i rapporti con il popolo Navajo, la prima impressione che abbiamo avuto di questa gente non è stata per niente buona. Pensavo di sapere qualcosa di questo popolo, ma dopo questo viaggio mi sono fatto un’idea diversa. Ho visto delle persone completamente allo sbando, disorganizzate e assolutamente prive di quell’identità di cui pensavo fossero dotati (popolo orgoglioso, combattivo, legato alle tradizioni). I Navajo sembrano prigionieri della loro terra che ormai usano esclusivamente in modo speculativo approfittando del turismo con tecniche primordiali e aggressive e vivendo prevalentemente in baracche fatiscenti (ma non siamo negli Usa nel XXI secolo ??). Questo popolo dopo essere stato violentato e defraudato adesso è lasciato in condizioni di completo abbandono dal governo americano e non capisco per quale motivo. Penso che dovrò approfondire l’argomento. Tanto per rincarare la dose cucinano in modo pessimo, sulla loro terra non si possono consumare alcolici (nemmeno una birra) e sono anche brutti fisicamente. 

4\3 giovedì
Mesa Verde - Colorado

Al mattino lasciata la cabina dell’hotel che abbiamo scoperto essere la stessa che utilizzava nel tempo libero John Waine quando interpretò in questa valle il famoso film Ombre rosse, facciamo un ulteriore giro della “Monument Valley” a bordo della nostra Jeep. La valle è veramente unica e passo molto tempo ad ammirare il paesaggio dal omonimo punto in cui John Ford girò molte scene del suo capolavoro; se penso ai miti di Hollywood che hanno calpestato questi pochi metri quadri di terra rossa mi vengono i brividi. Il tour in auto della “Monument Valley” nonostante infinite soste per immortalare il paesaggio, si esaurisce in poche ore e quindi valutiamo che c’è il tempo per un salto a “Mesa Verde” in Colorado prima di raggiungere la prossima importante meta prevista; il “Grand Canyon”. Purtroppo ancora una volta una non perfetta valutazione dell’impatto delle condizioni atmosferiche ci costringono ad una visita affrettata e parziale di questo ennesimo patrimonio dell’umanità. “Mesa Verde” infatti custodisce le antiche rovine delle città degli abitanti preistorici di queste terre chiamati “Anasazi”; queste città hanno la caratteristica unica e straordinaria di essere state scavate sulle pareti verticali di canyon in luoghi ancor oggi difficilmente accessibili. La strada è molto più lunga e tortuosa del previsto e troviamo la neve poche miglia dopo l’attraversamento del confine con il Colorado, lo stato “più alto” degli Stati Uniti con decine di montagne alte oltre 4500 metri. “Mesa Verde” inaspettatamente si trova ben oltre i 2000 metri di altitudine vicino a Durango e sotto il grande monte “Rio Grande Pyramid” (4200 metri) è un po’ come era accaduto a Yosemite molte strade interne del parco sono chiuse o impraticabili. Abbiamo fatto quindi quasi un giorno di auto per poter solo godere di qualche veduta in lontananza. Ci rimettiamo in marcia un po’ delusi perché ci rendiamo conto di aver perso la possibilità di passare una giornata in più (e di riposarci un po’) al “Grand Canyon”. Il tentativo di recuperare il tempo perduto mantenendo una media molto elevata (ben oltre i limiti consentiti) e guidando senza sosta per diverse ore non ha molto successo e dopo aver attraversato il New Messico nei famosi “four corners” (dove si incontrano in un solo punto i confini di quattro stati americani), arriviamo in piena notte in una desolante Tuba City. Tutto sommato meglio di Los Banos ma non esagero se dico che sembra di essere nel terzo mondo.

5\3 venerdì
Una giornata da dimenticare 

In ogni viaggio che si rispetti c’è sempre una giornata da cancellare. Possiamo senza dubbio aggiudicare a questo venerdì 5 marzo tale riconoscimento. La sera precedente, dopo aver constatato con certezza di essere in ritardo sulla tabella di marcia di almeno due giorni, decidiamo una manovra correttiva. Unico modo per recuperare così tanto tempo è quello di cancellare un paio di tappe fondamentali e di volare direttamente in Florida. Purtroppo stiamo attraversando una zona degli Stati Uniti in cui è difficile fare una normale telefonata; figurarsi una prenotazione aerea, magari via internet. La speranza è quella di ritrovare oggi un po’ di civiltà in prossimità del “Gran Canyon” che dato il numero di visitatori annui (qualche milione) pensiamo sicuramente sia dotato di tutti i moderni confort. Errore; anche al Grand Canyon non esiste copertura telefonica né internet e non troviamo alcuna agenzia viaggi nel piccolo aeroporto adiacente alla famosa località dalla quale partono solo voli locali. Il nervosismo sale perché in giornata dobbiamo risolvere il problema. L’ingresso al parco avviene dal cosiddetto “South Rim” e la nostra prima tappa è la famosa Watchtower del Desert View; difficile descrivere l’altopiano del Kaibab con questa “ferita” provocata dal fiume Colorado profonda 900 metri e larga in alcuni punti oltre 20 kilometri. Ma la visita del parco passa subito in secondo piano; la nostra priorità oggi e trovare il modo di recuperare almeno duemila miglia. Dopo aver chiesto qualche informazione nel centro visitatori del parco, scopriamo che la prima città civilizzata dove potremo organizzare un volo interno è Flagstaff a circa tre ore d’auto da dove ci troviamo. Partiamo così alla volta di questa città promettendoci di rientrare al “Grand Canyon” prima di sera. Solo dopo miglia su miglia, telefonate, e altre ricerche concluse con lunghe ed estenuanti discussioni con un dipendente dell’aereoporto di Flagstaff riusciamo a recuperare tre biglietti aerei per un volo da Phoenix a Tampa. Ormai è tardi e siamo sfiniti ma non vogliamo perderci l’imminente tramonto sul “Grand Canyon”; ripresa l’auto pigio quindi il piede sull’acceleratore per arrivare in tempo. Qualche miglio dopo aver lasciato la “route 66” ci ritroviamo così inseguiti dallo sceriffo della contea di Williams che dopo averci intimato l’alt e fatto una romanzina (spiegandomi in particolare che non siamo sulle autostrade tedesche e dimostrando apertamente invidia per la Ferrari e Schumacher) mi notifica una bella multa; ci tiene a precisare che sono anche fortunato e che non mi mette “dentro” solo perché oggi è venerdì. Arriviamo al Grand Canyon quando il sole è gia calato. La luna riesce comunque ad offrirci uno spettacolo indimenticabile, ma siamo così stanchi e affranti dalla estenuante giornata che non vediamo l’ora di andare a dormire. Dopo una giornata di spuntini a base di arachidi salate e altre schifezze decidiamo di cenare all’interno del parco presso l’antico “Brigth Angel Lodge”. La cena è discreta in compenso il motel dove sostiamo più tardi sulla “route 66” (il Motorhotel di Williams “cheap but clean”) è la ciliegina sulla torta dedicata a questa giornata; fa talmente schifo che dormo vestito. Gli odierni contrattempi sono stata causati da una errata valutazione delle risorse americane. Non sarebbe mai successo qualcosa del genere se avessimo programmato un viaggio in Angola; ma chi si aspettava di avere problemi anche a fare una semplice telefonata in tre quarti del territorio USA. Prima di addormentarmi mi consolo pensando che peggio di così non potrà andare.

6\3 sabato
NBA

Lasciamo con gioia Williams e dopo una breve sosta a Flagstaff per fare colazione ci inoltriamo verso Phoenix. Inaspettatamente la metropoli è molto bella soprattutto il downtown. Moderna con ampi spazi aperti, gode di un clima meraviglioso. Troviamo un albergo a pochi passi dall’aereoporto dal quale fra meno di due giorni salteremo direttamente in Florida. All’Holiday Inn riceviamo una “strana accoglienza” da parte di una delle addette al “chek in”. Insolitamente gentile tanto da prodigarsi in modo quasi ossessivo per farci avere una delle migliori stanze dell’albergo; alla fine, non ancora soddisfatta del lavoro svolto, ci inviterà anche tutti e tre a cena. Chissà se questo trattamento è previsto in tutti gli alberghi di Phoenix. Purtroppo la simpaticissima e gentilissima senorita di chiara origine messicana rimarrà delusa perché per quella sera avevamo già acquistato i biglietti per la partita valida per il campionato NBA Phoenix Suns v\s S.Antonio Spurs. Alle sette siamo già all’ingresso della gigantesca Americawest Arena. Pur non essendo un appassionato di basket avverto una certa emozione quando mi accingo ad avvicinarmi al bordo del campo dove alcuni tra i più grandi giocatori di basket del mondo si stanno riscaldando. L’arena in breve si riempie di gente e all’ora prevista iniziano le complesse procedure di contorno alla gara; inno nazionale con coro, marce militari, annunciatori di varie reti televisive da bordo campo, annunci strepitosi all’altoparlante, musica a tutto volume nel pieno rispetto della tipica “americanata”. Alla fine l’incontro di basket è un insieme di piccoli intervalli di gioco tra spettacoli di varia natura. Vediamo alternarsi giocolieri, ballerine, cantanti in un continuo viavai di gente armata di panini imbottiti colanti di ketchup, patatine fritte, birre e cose di questo genere. Lanfranco, particolarmente coinvolto da questo ambiente, si presenta con un cesto gigantesco pieno di popcorn salatissimi. Nel complesso tutto molto divertente, ma se mi avessero portato in questo posto con gli occhi bendati avrei capito solo dopo un po’ di tempo cosa facevano quei spilungoni in mezzo all’arena. Oltretutto i biglietti che abbiamo acquistato corrispondono a posti talmente in alto e in curva che non riusciamo nemmeno a distinguere la palla. Così dopo un metodico e attento appostamento decidiamo di infilarci in qualche posto di tribuna lasciato vuoto. Individuati i posti “buoni” e dopo essere riusciti a scavalcare i serrati controlli, ci ritroviamo finalmente a pochi metri dal campo. Porteremo un pò di sfiga ai Phoenix che questa sera perderanno clamorosamente contro i Texani. Molto soddisfatti della serata rientriamo in albergo dopo un giro notturno del centro città.

7\3 domenica
Piante grasse

Giornata tutta da programmare. Phoenix non era prevista nella “road map” originaria quindi bisognerà inventarsi qualcosa da fare. Le proposte sono confuse; bagno in piscina e nanna tutto il giorno o qualche miglio ancora per arrivare fino al Messico. Scartiamo l’ipotesi del Messico in quanto l’assicurazione della Jeep non prevede copertura in quel paese. Pensiamo che comunque è un peccato non approfittare di vedere i dintorni e in particolare Tucson e il “Saguaro National Park” e così ci rimettiamo in marcia anche oggi; per fortuna perché ne varrà proprio la pena. Descrivere la vegetazione di questi luoghi originali ed unici è difficilissimo. Domina ovunque la pianta grassa di tutte le forme e dimensioni. Il parco vanta esemplari alti 10 metri e pesanti fino ad otto tonnellate di una bellezza indescrivibile. Ora capisco perché il simbolo dell’Arizona, presente su tutte le targhe automobilistiche, è il cactus. Rientrando ci fermiamo agli “Old Tucson Studios” dove sono stati girati tutti i più grandi film western di tutti i tempi. Mi emoziona vedere l’originale ricostruzione dell’”OK Corral” e tanti altri set famosi. Quando esco dagli studios sento però di aver perso qualcosa dal punto di vista emotivo. Mi viene in mente il giorno in cui ho scoperto che Babbo Natale non esiste.

8\3 lunedì
Dall’Arizona alla Florida

In mattinata voliamo via. Purtroppo abbiamo perso le tappe di Houston e soprattutto di New Orleans. Mi devo accontentare della vista del Mississippi dal finestrino dell’aereo. Tampa, anch’essa non contemplata tra le tappe del nostro tour, ci sorprende già dall’aereo per la sua vastità e per le sue spiagge. Non ci fermeremo comunque più del tempo necessario per recuperare l’auto. Considerato che siamo in Florida siamo “costretti” a noleggiare una cabriolet; decappottiamo subito scoprendo che non fa poi tanto caldo nonostante ci troviamo alla latitudine delle Canarie e del Mar Rosso. Mezz’ora di autostrada con i capelli al vento mi provocheranno infatti una sinusite. Sosta tecnica per la notte prevista a Orlando; i parchi tematici più famosi del mondo non ci interessano più di tanto. Disneyworld poi richiederebbe da solo una settimana per essere visitato. Orlando, proprio grazie al turismo derivante dai grandi parchi che la circondano e diventata una bella città moderna, pulita e molto originale soprattutto per alcuni palazzi bizzarri che sono stati costruiti letteralmente sottosopra oppure volutamente storti. Dopo un po’ si prova però la stessa sensazione kitsch di Las Vegas e non si è invogliati a fermarsi più del tempo necessario per rifocillarsi e riposare.

9\3 martedì
Kennedy Space Center

Il trasferimento da Orlando a Miami prevede la sosta al mitico spazioporto della Nasa sulla Merritt Island. Per un appassionato di queste cose come me è forse una delle giornate più emozionanti. Siamo a Cape Canaveral da dove è partito il viaggio più lungo che un uomo abbia mai fatto. Il sito che per molti anni è stato zona off-limit per ovvie ragioni, da qualche anno è diventato il parco dei divertimenti degli appassionati di volo e di spazio. L’organizzazione è perfetta e prevede la possibilità di visitare molto da vicino (il tour si chiama “close up”) tutte le strutture più importanti del centro spaziale. La ricostruzione del passato è affidata a immensi musei dove si possono ammirare gli originali razzi saturno le navicelle apollo nonchè da ricostruzioni delle operazioni più importanti quali lo sbarco sulla luna attraverso filmati proiettati nelle sale di controllo missione. Quanto al presente, ci consentono di osservare da vicino gli hangar dove si stanno assemblando i componenti della stazione internazionale orbitante, la pista di atterraggio dello Space Shuttle e le rampe di lancio testimoni dell’inizio delle più grandi imprese dell’umanità del secolo scorso. Trascorriamo la giornata intera in mezzo ad americani giustamente orgogliosi. 
Arriviamo a Miami molto tardi e abbiamo qualche difficoltà a trovare l’albergo nonostante il nostro ormai insostituibile Gps. Quando crolliamo sul letto ci consola il fatto che non lo cambieremo più fino alla nostra partenza. Da quando siamo partiti abbiamo dormito in 14 letti diversi: Kona, San Francisco, Groveland, Los Banos, Santa Barbara, Lenwood, Las Vegas, Zion, Monument Valley, Tuba City, Williams, Phoenix, Orlando, Miami. 

10\3 mercoledì
Key West

La non breve distanza che collega Miami a Key West richiede più tempo del previsto per essere percorsa. Per tutta la sua lunghezza un traffico pesante, continui incroci regolati da semafori e limiti di velocità molto bassi non agevolano quella che consideravamo ormai l’ultima rilassante passeggiata. Per fortuna la strada e paesaggisticamente unica e la giornata di sole ci permette anche di abbronzarci sui sedili dell’auto. A Key West, nota anche per una forte presenza di comunità gay, si respira un’aria molto diversa dal resto degli Stati Uniti. Sembra di essere arrivati in una specie di porto franco dove si possono infrangere impunemente le regole. “Divertimento” è la parola d’ordine; probabilmente la notevole vicinanza con Cuba (solo 90 miglia), ha avuto sicuramente un influenza che viene ostentata. Leggo da più parti un certo orgoglio nel trovarsi più vicini a l’Avana che a Miami. La voglia di terminare la nostra “galoppata” ci induce a rientrare prima di sera a Miami ed infatti arriveremo per cena nella mitica “Ocean Drive” di Miami Beach. L’impressione e che qui, grazie al clima e ad altra circostanze, non esista altro che il divertimento 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Un’apoteosi generale, e il via vai continuo di giovani di tutte le razze sui marciapiedi confonde non poco le nostre membra stanche; arrivati a questo punto forse agognavano più un’amaca sotto due palme in un isola deserta piuttosto che rumorose discoteche sulle cui pareti si aggrappano forsennate ballerine vestite da pantere. Un posto forte cui bisogna abituarsi piano piano.

11\3 giovedì
Fort Lauderdale

Giornata molto rilassata; non abbiamo alcun programma. Ancora un po’ di shopping in un centro commerciale nella vicina periferia di Fort Lauderdale poi tutto il pomeriggio in spiaggia a Miami Beach. Per cena stasera scegliamo la relativamente più tranquilla zona di Bayside nel downtown di Miami. La vista notturna dalla Mac Arthur Causeway che collega Miami a Miami Beach è straordinaria. Non a caso in questa zona ci sono le più belle ville della Florida. 

12\3 venerdì
Miami Beach

Sinteticamente passiamo la giornata a dormire sulla spiaggia di Miami Beach. Confessiamo tutti di accusare pesantemente la stanchezza di un mese di viaggio. Io faccio delle mini passeggiate nei dintorni nell’illusione di riconoscere qualche location del mitico “Miami Vice”. Mi inoltro così nel bellissimo “Art Decò District” fino ad arrivare sul tratto pedonale più famoso e importante di Miami Beach, la “Lincoln Road Mall”. In questa strada la cosa che più colpisce è la fortissima presenza di persone gay; ancor di più stupisce la “normalità” con cui questa presenza si manifesta, tanto da far sentire diversi gli eterosessuali. Complessivamente devo dire che Miami è una delle città più cariche di vita fra quelle visitate in questo viaggio e sicuramente un po’ di questa carica arriva dalla mescolanza con il popolo caraibico. 

13\3 sabato
Ultimo giorno

Dopo aver cercato per ore un ufficio postale dove pagare la costosa multa affibbiatami dallo sceriffo di Williams passiamo la giornata ancora tra spiaggia, ocean drive, collins avenue, washington avenue, espanola drive, venetian causeway, biscayne boulevard e Bayside; tutte zone incredibilmente brulicanti di vita. Sembra di assistere ad un carnevale sudamericano. 

14\3 domenica
Si torna a casa

Lasciamo l’albergo con largo anticipo perché questa volta vogliamo fare le cose con calma e stranamente ci riusciamo. Il condizionatore del pulmino che ci porta dal parcheggio della Budget all’aeroporto cronicizza la mia sinusite. Sbalorditi da inesistenti controlli (un aereo che decolla per Amsterdam non può essere dirottato su New York?) arriviamo al gate d’imbarco con insolito anticipo. Approfitto così per prendere gli ultimi appunti di viaggio. Durante il volo il raffreddore rischia di farmi saltare i timpani ma alle 17.10 del 15 marzo 2004 siamo di nuovo a casa. 

Concludendo gli Stati Uniti ci hanno offerto scenari naturali meravigliosi ed unici, esempi di civiltà evoluta, città sfolgoranti, ma anche strane contraddizioni come quelle riguardanti le condizioni del popolo Navajo o lo stile di vita a dir poco medievale degli abitanti dell’ interland.

In questo viaggio, un po’ per scelta obbligata dall’uso dell’auto, è mancato molto il contatto con la gente che in altri viaggi era stato parte fondamentale del tutto. Dovremmo tenerne conto in futuro se non vorremmo portare a casa solo splendide immagini.

 

Diario di Lucasist

 

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vedi anche: Foto FLORIDA

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